martedì 17 aprile 2012

Volete andarvene anche voi?


L’inno cessò e i fedeli a uno a uno uscirono dalla casa. Pietro li salutava sulla porta mentre Caleb cominciava a mettere in ordine i sedili della grande sala che Mannaen aveva messo a disposizione per la celebrazione della frazione del pane. Tutte le settimane la piccola comunità di Cafarnao si riuniva lì.
Era l’alba del giorno dopo il sabato e la gente si affrettava alle proprie occupazioni quotidiane.
Alessandro non si decideva ad uscire. Sostò per un po’ sulla soglia poi si avvicinò a Caleb.
- Posso aiutarti?
- Certamente, Alessandro. Grazie.
- Dov’è Pietro?
- E’ andato a prepararsi. Credo che voglia partire subito. E faresti bene a preparare anche tu la tua sacca. Fossi in te sarei già pronto da un pezzo: è un grande viaggio quello che stai per fare.
- Si, lo so. Peccato che non venga anche Andrea.
- Di che ti lamenti? Vai a Gerusalemme con suo fratello. Che vorresti, che al tuo battesimo ci fossero tutti i dodici?
- No, sarebbe bello ma lo so che sarebbe sperare troppo. E’ che io ad Andrea devo tutto. E’ lui che mi ha convertito.
- Non ti preoccupare. Quando tornerai ad Antiochia passa di qua. Sono sicuro che lo troverai qui. Viene spesso a Cafarnao. A volte esce anche a pescare. Magari una sera ti prende con te.
- Sarebbe bello, ma non credo che sarebbe una buona idea. Sarei più di inciampo che altro.
Il sole si era levato ed entrava luminoso dalla porta aperta disegnando un quadrato di luce sulla parete. Alessandro prese uno sgabello e si sedette di fronte a Caleb.
- Caleb, tu hai conosciuto il maestro?
- Si, anche se non ho avuto modo di parlargli. Perché me lo chiedi?
- Perché questa sera ho assistito per la prima volta alla celebrazione e la storia del pane che diventa corpo del Signore non l’ho proprio capita. E’ un linguaggio duro, chi può comprenderlo?
Caleb sposto un sedile poi vi si sedette e lo fissò.
- E’ vero. Dissero proprio così quando il Maestro ne parlò per la prima volta.
- Di chi parli?
- Di quelli della sinagoga qui vicino. E’ stato proprio qui a Cafarnao che il Maestro ne parlò per la prima volta.
- Davvero? E tu c’eri?
- Si. E forse, non prendermi per un presuntuoso, ma potrei dire di avergli forse ispirato l’idea.
- Davvero? E come è successo?
- E’ andata così. Stava per avvicinarsi il tramonto del giorno che precede il sabato. Io stavo sulla riva del lago cercando di scorgere se per caso dall’altra riva arrivassero barche. Si era sparsa la voce che dall’altra parte il Maestro aveva fatto un grande miracolo. Si diceva che aveva dato da mangiare a migliaia di persone solo con alcuni pani e pochi pesci. E si diceva anche che sarebbe venuto a Cafarnao per fermarsi a casa di Pietro per il Sabato.
«Ma non era per quello che scrutavo l’orizzonte. Io speravo di vederlo per potergli chiedere aiuto. Avevo la morte nel cuore perché mio figlio di pochi mesi, il mio primo figlio, era ammalato di lebbra
- La lebbra? Mio Dio...
- Mia moglie Séfora era disperata. Avevamo scoperto la malattia solo pochi giorni prima e non potevano tenerla nascosta a lungo. Avremmo dovuto portarlo al sacerdote e poi abbandonarlo. Comprendi? Il mio figlio primogenito! Che peccato poteva aver commesso lui? E io? Che male avevo fatto agli occhi Dio? Ero disperato. E proprio di questo volevo parlare al Maestro. Come può l’Altissimo permettere questo? Certo è facile parlare di Giobbe nella sinagoga, quando il caso non ti riguarda, ma quando vedi quelle macchie immonde sulla pelle di tuo figlio, credimi, non è facile accettare la volontà di Dio.
«Mentre vagavo sulla riva perso nei miei pensieri vidi arrivare un barca. Era Pietro e qualcun’altro dei discepoli. E il Maestro? – chiedo a Pietro.
- Conoscevi già Pietro?
- Si, facevamo qualche volta affari insieme. Pietro mi risponde: – Non è venuto con noi. Ci ha mandato avanti. Dice di aspettarlo alla sinagoga. Ma io ho bisogno di parlargli ora! ­– gridai. – Caleb, che hai? – mi chiese. - Devo subito parlare con il Maestro – e nel dire questo cominciai a piangere. – Non posso fare niente – rispose Pietro - ma se il Maestro ha detto che verrà alla sinagoga stai certo che verrà. Vieni, andiamo insieme ad aspettarlo. – No, vai tu. – dissi - io resto qui ad aspettarlo -. 
Allora i discepoli andarono alla sinagoga e io rimasi sulla riva mentre il sole calava oltre l’orizzonte. Continuavo a scrutare anche se ormai non vedevo più che a pochi metri da me. Mentre ero ancora lì mi raggiunse Sefora. – Si è addormentato – mi disse piangendo - Hai visto il Maestro? – Non è ancora arrivato – risposi - ma sono venuti i suoi discepoli. Mi hanno detto che andrà alla sinagoga. Vai anche tu, ti raggiungerò là.
- No – mi rispose – torno da Jakìm. Voglio guardarlo mentre dorme, mentre è ancora in pace. 
- Vai, allora. – dissi io - Verrei anch’io, ma è meglio se resto qui nel caso arrivi il Maestro. Quando viene ti mando a chiamare.
Così rimasi lì sulla spiaggia, mentre il buio si infittiva. Poi a un tratto vidi un chiarore sul lago e una figura che si avvicinava. Scossi la testa, pensavo di essermi addormentato, ma poi lo vidi. Era il Maestro che veniva verso di me camminando sulle acque del lago. Solo più tardi mi resi conto del fatto straordinario che stavo vedendo, ma sul momento ero così angosciato per mio figlio che non pensai ad altro che a corrergli incontro. Ma quando giunse a riva ma non mi lasciò parlare. Mi disse solo: - Manda a chiamare tua moglie, Caleb, poi raggiungimi alla sinagoga e si allontanò rapidamente.
«Allora corsi a casa a chiamare Sefora e ritornammo insieme alla sinagoga, ma giunti là trovammo una grande folla che si accalcava sulla porta. La voce del miracolo doveva essersi sparsa per tutto il paese e tutti volevano vedere l’uomo che dava da mangiare facendo apparire il pane dal nulla. A forza di gomitate riuscii a farmi largo e a portare dentro anche Sefora. Ci sistemammo in un angolo vicino alla zona delle donne. A un certo punto il vocio si calmò e iniziò il canto degli inni e al termine il Maestro chiede la parola. Lesse il brano della Torah che parlava della manna del deserto. Poi chiuse il rotolo, fissò la folla e disse: - I vostri padri hanno mangiato la manna del deserto, ma poi sono morti. Ma le mie parole non sono come quel pane del deserto e come quello che avete mangiato sul monte. La mia parola è cibo che non perisce, è pane che dura per la vita eterna e il Figlio dell’uomo ve lo darà perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Allora Sefora mi bisbigliò nell’orecchio: - Potessimo avere anche noi questo pane per nostro figlio! Oh, se bastasse una parola per ridare la vita... – Taci, Sefora – dissi – il Maestro ha guarito tanti malati. Ho sentito che molti sono guariti per una sola sua parola. Dobbiamo avere fede. Quando uscirà di qui gli chiederemo di venire da nostro figlio.
No, tu non capisci – mi rispose. - Volevo dire che, se potessi, vorrei essere io stessa pane per lui. Se potesse salvargli la vita gli darei me stessa da mangiare.
Stavo per rispondergli quando mi accorsi che tutti tacevano e il Maestro mi stava guardando. Anche gli altri seguendo il suo sguardo mi stavano un po’ alla volta fissando tutti. Mi sentii a disagio. Non mi rendevo conto di aver parlato così ad alta voce. Stavo per scusarmi quando il maestro riprese a parlare: - Voi mi cercate perché vi ho sfamato con del pane, gratuitamente, ma io vi darò ben altro pane da mangiare. Io vi darò la mia carne stessa. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Per un attimo ci fu un silenzio sconcertato. Poi qualcuno qui e là cominciò a sghignazzare. Il gruppo dei farisei si alzò protestando indignato che quello era un luogo serio e che non doveva essere permesso ai pazzi di parlare e se ne andò con un gran svolazzare di pendagli e filatteri. Poi anche tutti gli altri cominciarono a protestare che era pazzo, qualcuno gridò di cacciarlo fuori subito. Ma invece di cacciare lui se ne andarono loro e in poco tempo la sinagoga si svuotò. Io stesso ero sconcertato. Mai mi sarei aspettato quelle parole dal Maestro. Mi sembrava che tutto il mondo mi stesse crollando addosso. Mandai subito a casa Sefora e mi sedetti con la testa fra le mani. Avevo davvero paura di aver riposto le mie speranze in un pazzo. Ormai vedevo il destino di mio figlio segnato.
Nella sinagoga erano rimasti solo il Maestro con il gruppo dei suoi discepoli, che, anche loro, si guardavano l’un l’altro smarriti.
Ma il Maestro, che era rimasto diritto e calmo per tutto il tempo, li fissò uno ad uno e poi disse: - volete andarvene anche voi?
Allora, dopo un silenzio imbarazzato, Pietro fece un passo avanti. Si schiarì la voce senza sapere cosa dire. Poi lo fissò e d’impeto disse: - Signore, neanche noi comprendiamo quello che dici. Ma dove andremo? Non sempre comprendiamo le tue parole, però comprendiamo che sono parole di vita eterna. E solo tu sai dire queste parole.
In quel momento entrò precipitosamente Sefora e si gettò piangendo ai piedi del Maestro gridando: - E’ guarito! Sia benedetto l’Altissimo! Sii benedetto, Maestro.
Il Maestro mise una mano sul capo di Sefora, poi guardò nel mio angolo e mi chiamò a sé. Poi disse: - Andate in pace. Hai ragione, Sefora. Sarà come tu hai detto. Può una madre dimenticarsi del suo bambino così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Ma anche se ci fosse una madre così io non vi dimenticherò mai.
Le ombre della sala lentamente si scioglievano al sole che entrava dalla porta.
Poi Pietro apparve sulla soglia tenendo per mano il piccolo Jakìm, che appena vide il padre si lanciò fra le sue ginocchia.
- Alessandro, è ora – disse Pietro. – Gerusalemme ci aspetta. E’ ora che anche tu incontri il Maestro.

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