L’inno
cessò e i fedeli a uno a uno uscirono dalla casa. Pietro li salutava
sulla porta mentre Caleb cominciava a mettere in ordine i sedili
della grande sala che Mannaen aveva messo a disposizione per la
celebrazione della frazione del pane. Tutte le settimane la piccola
comunità di Cafarnao si riuniva lì.
Era
l’alba del giorno dopo il sabato e la gente si affrettava alle
proprie occupazioni quotidiane.
Alessandro
non si decideva ad uscire. Sostò per un po’ sulla soglia poi si
avvicinò a Caleb.
- Posso
aiutarti?
- Certamente,
Alessandro. Grazie.
- Dov’è
Pietro?
- E’
andato a prepararsi. Credo che voglia partire subito. E faresti bene
a preparare anche tu la tua sacca. Fossi in te sarei già pronto da
un pezzo: è un grande viaggio quello che stai per fare.
- Si,
lo so. Peccato che non venga anche Andrea.
- Di
che ti lamenti? Vai a Gerusalemme con suo fratello. Che vorresti,
che al tuo battesimo ci fossero tutti i dodici?
- No,
sarebbe bello ma lo so che sarebbe sperare troppo. E’ che io ad
Andrea devo tutto. E’ lui che mi ha convertito.
- Non
ti preoccupare. Quando tornerai ad Antiochia passa di qua. Sono
sicuro che lo troverai qui. Viene spesso a Cafarnao. A volte esce
anche a pescare. Magari una sera ti prende con te.
- Sarebbe
bello, ma non credo che sarebbe una buona idea. Sarei più di
inciampo che altro.
Il
sole si era levato ed entrava luminoso dalla porta aperta disegnando
un quadrato di luce sulla parete. Alessandro prese uno sgabello e si
sedette di fronte a Caleb.
- Caleb,
tu hai conosciuto il maestro?
- Si,
anche se non ho avuto modo di parlargli. Perché me lo chiedi?
- Perché
questa sera ho assistito per la prima volta alla celebrazione e la
storia del pane che diventa corpo del Signore non l’ho proprio
capita. E’ un linguaggio duro, chi può comprenderlo?
Caleb
sposto un sedile poi vi si sedette e lo fissò.
- E’
vero. Dissero proprio così quando il Maestro ne parlò per la prima
volta.
- Di
chi parli?
- Di
quelli della sinagoga qui vicino. E’ stato proprio qui a Cafarnao
che il Maestro ne parlò per la prima volta.
- Davvero?
E tu c’eri?
- Si.
E forse, non prendermi per un presuntuoso, ma potrei dire di avergli
forse ispirato l’idea.
- Davvero?
E come è successo?
- E’
andata così. Stava per avvicinarsi il tramonto del giorno che
precede il sabato. Io stavo sulla riva del lago cercando di scorgere
se per caso dall’altra riva arrivassero barche. Si era sparsa la
voce che dall’altra parte il Maestro aveva fatto un grande
miracolo. Si diceva che aveva dato da mangiare a migliaia di persone
solo con alcuni pani e pochi pesci. E si diceva anche che sarebbe
venuto a Cafarnao per fermarsi a casa di Pietro per il Sabato.
«Ma
non era per quello che scrutavo l’orizzonte. Io speravo di vederlo
per potergli chiedere aiuto. Avevo la morte nel cuore perché mio
figlio di pochi mesi, il mio primo figlio, era ammalato di lebbra
- La
lebbra? Mio Dio...
- Mia
moglie Séfora era disperata. Avevamo scoperto la malattia solo
pochi giorni prima e non potevano tenerla nascosta a lungo. Avremmo
dovuto portarlo al sacerdote e poi abbandonarlo. Comprendi? Il mio
figlio primogenito! Che peccato poteva aver commesso lui? E io? Che
male avevo fatto agli occhi Dio? Ero disperato. E proprio di questo
volevo parlare al Maestro. Come può l’Altissimo permettere
questo? Certo è facile parlare di Giobbe nella sinagoga, quando il
caso non ti riguarda, ma quando vedi quelle macchie immonde sulla
pelle di tuo figlio, credimi, non è facile accettare la volontà di
Dio.
«Mentre
vagavo sulla riva perso nei miei pensieri vidi arrivare un barca. Era
Pietro e qualcun’altro dei discepoli. E il Maestro? – chiedo a
Pietro.
- Conoscevi
già Pietro?
- Si,
facevamo qualche volta affari insieme. Pietro mi risponde: – Non è
venuto con noi. Ci ha mandato avanti. Dice di aspettarlo alla
sinagoga. Ma io ho bisogno di parlargli ora!
– gridai. – Caleb, che hai? – mi chiese. - Devo
subito parlare con il Maestro – e nel dire questo cominciai a
piangere. – Non posso fare niente – rispose Pietro - ma se il
Maestro ha detto che verrà alla sinagoga stai certo che verrà.
Vieni, andiamo insieme ad aspettarlo. – No, vai tu. – dissi - io
resto qui ad aspettarlo -.
Allora
i discepoli andarono alla sinagoga e io rimasi sulla riva mentre il
sole calava oltre l’orizzonte. Continuavo a scrutare anche se ormai
non vedevo più che a pochi metri da me. Mentre
ero ancora lì mi raggiunse Sefora. – Si è addormentato – mi
disse piangendo - Hai visto il Maestro? – Non è ancora arrivato –
risposi - ma sono venuti i suoi discepoli. Mi hanno detto che andrà
alla sinagoga. Vai anche tu, ti raggiungerò là.
- No
– mi rispose – torno da Jakìm. Voglio guardarlo mentre dorme,
mentre è ancora in pace.
- Vai,
allora. – dissi io - Verrei anch’io, ma è meglio se resto qui
nel caso arrivi il Maestro. Quando viene ti mando a chiamare.
Così
rimasi lì sulla spiaggia, mentre il buio si infittiva. Poi a un
tratto vidi un chiarore sul lago e una figura che si avvicinava.
Scossi la testa, pensavo di essermi addormentato, ma poi lo vidi. Era
il Maestro che veniva verso di me camminando sulle acque del lago.
Solo più tardi mi resi conto del fatto straordinario che stavo
vedendo, ma sul momento ero così angosciato per mio figlio che non
pensai ad altro che a corrergli incontro. Ma quando giunse a riva ma
non mi lasciò parlare. Mi disse solo: - Manda a chiamare tua moglie,
Caleb, poi raggiungimi alla sinagoga e si allontanò rapidamente.
«Allora
corsi a casa a chiamare Sefora e ritornammo insieme alla sinagoga, ma
giunti là trovammo una grande folla che si accalcava sulla porta. La
voce del miracolo doveva essersi sparsa per tutto il paese e tutti
volevano vedere l’uomo che dava da mangiare facendo apparire il
pane dal nulla. A
forza di gomitate riuscii a farmi largo e a portare dentro anche
Sefora. Ci sistemammo in un angolo vicino alla zona delle donne. A un
certo punto il vocio si calmò e iniziò il canto degli inni e al
termine il Maestro chiede la parola. Lesse
il brano della Torah che parlava della manna del deserto. Poi chiuse
il rotolo, fissò la folla e disse: - I vostri padri hanno mangiato
la manna del deserto, ma poi sono morti. Ma le mie parole non sono
come quel pane del deserto e come quello che avete mangiato sul
monte. La mia parola è cibo che non perisce, è pane che dura per la
vita eterna e il Figlio dell’uomo ve lo darà perché su di lui il
Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Allora
Sefora mi bisbigliò nell’orecchio: - Potessimo avere anche noi
questo pane per nostro figlio! Oh, se bastasse una parola per ridare
la vita... – Taci, Sefora – dissi – il Maestro ha guarito tanti
malati. Ho sentito che molti sono guariti per una sola sua parola.
Dobbiamo avere fede. Quando uscirà di qui gli chiederemo di venire
da nostro figlio.
No,
tu non capisci – mi rispose. - Volevo dire che, se potessi, vorrei
essere io stessa pane per lui. Se potesse salvargli la vita gli darei
me stessa da mangiare.
Stavo
per rispondergli quando mi accorsi che tutti tacevano e il Maestro mi
stava guardando. Anche gli altri seguendo il suo sguardo mi stavano
un po’ alla volta fissando tutti. Mi
sentii a disagio. Non mi rendevo conto di aver parlato così ad alta
voce. Stavo per scusarmi quando il maestro riprese a parlare: - Voi
mi cercate perché vi ho sfamato con del pane, gratuitamente, ma io
vi darò ben altro pane da mangiare. Io vi darò la mia carne stessa.
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Per
un attimo ci fu un silenzio sconcertato. Poi qualcuno qui e là
cominciò a sghignazzare. Il gruppo dei farisei si alzò protestando
indignato che quello era un luogo serio e che non doveva essere
permesso ai pazzi di parlare e se ne andò con un gran svolazzare di
pendagli e filatteri. Poi anche tutti gli altri cominciarono a
protestare che era pazzo, qualcuno gridò di cacciarlo fuori subito.
Ma invece di cacciare lui se ne andarono loro e in poco tempo la
sinagoga si svuotò. Io stesso ero sconcertato. Mai mi sarei
aspettato quelle parole dal Maestro. Mi sembrava che tutto il mondo
mi stesse crollando addosso. Mandai subito a casa Sefora e mi sedetti
con la testa fra le mani. Avevo davvero paura di aver riposto le mie
speranze in un pazzo. Ormai vedevo il destino di mio figlio segnato.
Nella
sinagoga erano rimasti solo il Maestro con il gruppo dei suoi
discepoli, che, anche loro, si guardavano l’un l’altro smarriti.
Ma
il Maestro, che era rimasto diritto e calmo per tutto il tempo, li
fissò uno ad uno e poi disse: - volete andarvene anche voi?
Allora,
dopo un silenzio imbarazzato, Pietro fece un passo avanti. Si schiarì
la voce senza sapere cosa dire. Poi lo fissò e d’impeto disse: -
Signore, neanche noi comprendiamo quello che dici. Ma dove andremo?
Non sempre comprendiamo le tue parole, però comprendiamo che sono
parole di vita eterna. E solo tu sai dire queste parole.
In
quel momento entrò precipitosamente Sefora e si gettò piangendo ai
piedi del Maestro gridando: - E’ guarito! Sia benedetto
l’Altissimo! Sii benedetto, Maestro.
Il
Maestro mise una mano sul capo di Sefora, poi guardò nel mio angolo
e mi chiamò a sé. Poi disse: - Andate in pace. Hai ragione, Sefora.
Sarà come tu hai detto. Può una madre dimenticarsi del suo bambino
così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Ma anche se ci
fosse una madre così io non vi dimenticherò mai.
Le
ombre della sala lentamente si scioglievano al sole che entrava dalla
porta.
Poi
Pietro apparve sulla soglia tenendo per mano il piccolo Jakìm,
che appena vide il padre si lanciò fra le sue ginocchia.
-
Alessandro, è ora – disse Pietro. – Gerusalemme ci aspetta. E’
ora che anche tu incontri il Maestro.
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