martedì 17 aprile 2012

Il segno


La tenda ondeggiò per un attimo lasciando entrare brevi spruzzi di sole e poi lentamente si fermò.
Tutto taceva. Nella penombra immobile Miriam si riscosse come risvegliandosi bruscamente da un sogno. Si rialzò lentamente, guardandosi attorno smarrita, come se non avesse mai visto quella stanza che l’aveva vista nascere.
Rimise a posto il fuso caduto e lo sgabello e passò nella stanza accanto.
Prese dalla credenza due piccole pagnotte e le pose in un piatto. Versò da un orcio del latte di capra in una tazza e mise tutto sulla tavola.
Poi si sedette e iniziò a mangiare svogliatamente.
Era così assorta nei suoi pensieri che non sentì il timido bussare. Il visitatore dovette bussare con più energia finché la ragazza si riscosse e andò alla porta. Aprì subito, senza chiedere prima chi fosse. Lo sapeva, infatti. Solo Giuseppe bussava in quel modo.
Il giovane entrò, si tolse il mantello e lo appese ad un gancio alla parete.
- Ti ho portato delle uova. Me le ha date oggi un fariseo per un lavoro. Prendile, ti faranno bene. Sono fresche, le ho prese io dal pollaio.
- Grazie, Giuseppe. Non dovevi disturbarti.
- Non ti preoccupare. Sono sempre contento quando posso occuparmi di te. E’ il minimo che posso fare fino al grande giorno.
Miriam abbassò lo sguardo.
           - Hai mangiato?
           - No, ma non ho fame. Se sto vicino a te non la sento.
Miriam arrossì. Poi si alzò.
- Ti prendo un po’ di verdura. Prendi intanto questo pane... e anche il latte qui. Io non ho più fame.
Prima che il giovane potesse replicare mise in tavola dell’altro pane, una ciotola di verdura e del formaggio su un vassoio.
Giuseppe ringraziò e cominciò a mangiare di gusto.
Miriam lo guardava mangiare, ma ogni tanto abbassava lo sguardo.
         - Che hai, Miriam? Mi sembri preoccupata.
         - Ho ricevuto notizie da Elisabetta di Zaccaria. E’ incinta.
         - Alla sua età? Come l’hai saputo?
        - Un visitatore di passaggio. E’ stato qui oggi pomeriggio. Vorrei andare a trovarla.
       - Se è vero è davvero un miracolo. Di quelli che si leggono nelle scritture al sabato. Ma sei sicura della notizia? Chi era questo visitatore?
      - Uno che non conosci. Passava di qui per portarmi un messaggio da parte sua. Penso anch’io che sia un miracolo. Ma finché non lo vedo non possiamo esserne sicuri. Per questo vorrei andare... e non solo per questo.
       - E per cosa?
Miriam non rispose e abbassò nuovamente lo sguardo. Aveva l’anima in tumulto. E se non fosse stato vero? Se fosse stato solo un sogno?
Giuseppe la guardava. Capiva che la ragazza era turbata da qualche cosa, ma il suo amore era così grande da dargli la forza di trattenersi dal chiedere di più. Se Miriam avesse voluto gliene avrebbe parlato spontaneamente.
        - Puoi trovare qualcuno che mi accompagni?
       - Da qui ad Ain Karim è un bel viaggio... ma ti ci posso accompagnare io. Lo preferisco. Sono più tranquillo se non ti so per strada con estranei. Però non subito. La settimana prossima devo andare a Gerusalemme. Devo vedere un tale per un lavoro. Posso accompagnarti fin là. Poi troveremo qualcuno che ti accompagni a casa sua.
        - Si, possiamo fare così. Grazie Giuseppe.

***

Era l’alba quando Giuseppe arrivò alla porta di Miriam con l’asino già bardato.
Miriam uscì e caricò sulla soma il bagaglio leggero. Giuseppe sistemò con cura il carico poi, facendogli scaletta con le mani, aiutò la ragazza a salire.
I due si avviarono in silenzio. Ognuno custodendo nel cuore i suoi pensieri.
Durante il viaggio incontrarono altre carovane alle quali si unirono per maggior sicurezza. In una di queste che andava verso Gerico c’era una donna incinta. Miriam la guardava e pensava alla creatura che forse aveva in grembo. E forse no. Era possibile che fosse un’illusione? Ma troppo vivido era il ricordo, troppo intensa la gioia. Eppure...
Poche furono le parole che si scambiarono durante quel viaggio. Giuseppe, consapevole della pena della fidanzata, non trovava il coraggio di domandare. Capiva che qualcosa era accaduto, ma, studiando il volto di Miriam, scopriva anche che non doveva essere qualcosa di brutto, ma piuttosto come una gioia così grande che non si vuol dire per paura che svanisca, o per paura di scoprirla un’illusione. Una gioia trattenuta sull’orlo della parola, come qualcosa di troppo grande per essere vero. E scopriva anche un’ombra che scendeva sul volto di lei quando la sorprendeva a guardarlo.
***

Gerusalemme, oh la mia gioia!, cantarono il pellegrini in vista della città.
La coppia si separò dalla carovana e giunti alle mura entrano dalla porta Bella, dove Giuseppe trovò la persona che doveva incontrare. Questi indicò a Giuseppe un vecchio che doveva andare verso Ain Karim e così i due si salutarono e Maria seduta sull’asino, con il vecchio a fianco che gli teneva la cavezza, si avviò verso la casa della cugina. Il vecchio tentava di avviare una conversazione, ma la ragazza, pur rispondendo cortesemente, lasciava cadere ogni argomento. Così i due proseguirono il viaggio in silenzio, ognuno chiuso nei suoi pensieri.

***

Ain Karim era un piccolo borgo collinare, a pochi chilometri da Gerusalemme.
Arrivarono poco prima del tramonto. Il vecchio si informò da un passante dove fosse la casa di Zaccaria e poi i due si separarono.
La casa di Zaccaria era alla periferia del borgo, circondata da un alto muro in cui si apriva un ampio arco chiuso da un cancello.
Miriam discese dall’asino, guardò all’interno dal cancello, ma nel cortile non c’era nessuno. A un lato dell’arcata pendeva una cordicella con una campana.
Miriamo tirò leggermente la cordicella, ma il suono che ne uscì era così leggero che quasi non lo sentì neppure lei.
Una donna passava di lì.
            - Devi suonare più forte. I due sono vecchi, e anche un po’ sordi. E anche i servitori. Si fa così.
La vecchia si attaccò alla corda e scampanellò un bel pezzo finché videro accorrere un servitore.
            – Vieni da lontano? – chiese la vecchia. – Sei una parente? Non ti ho mai vista da queste parti. Lo sai che si dice che Elisabetta sia incinta? Nessuno veramente l’ha più vista in giro da un pezzo. E se è vero lo capirei bene, alla sua età...
Il vecchio aprì il cancello e Miriam entrò velocemente nel cortile sottraendosi al torrente di domande della curiosa.
- Sono Miriam di Gioacchino da Nazareth, sono venuto a fare visita a Elisabetta di Zaccaria. E’ in casa?
Il vecchio non fece in tempo a rispondere.
- Miriam! – sentì gridare alle sue spalle.
Miriam si voltò e vide sulla soglia di casa una donna anziana, i capelli grigi, la veste sciolta, senza cintura, ma che lasciava trasparire ugualmente la rotondità del ventre.
La donna ebbe un sussulto e si portò le mani al grembo. Poi furono l’una nelle braccia dell’altra.
Miriam toccò il grembo di Elisabetta e allora una lacrima di gioia le discese sul volto. Una lacrima quieta, pacificata, certa.
Elisabetta la fissò e con la mano accarezzandola le asciugò la lacrima.
Benedetta tu fra tutte le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo. A che devo che la madre del mio Signore venga a me? Lo sai? Appena ho sentito la tua voce il bambino mi è balzato nel grembo. Beata te perché hai creduto alla parola del Signore.
- Come l’hai saputo?
- Un angelo mi è apparso in sogno e mi ha annunciato la tua visita. Mi ha detto che avevi bisogno di vedere me. Di vedere questa povera vecchia a cui il Dio dei nostri padri ha dato una gioia più grande di quella di Sara. Perché questo figlio sarà colui che preparerà la strada al tuo.
Allora Miriam si sentì come liberata da un peso e il suo cuore prese a volare e volò in alto, come una colomba, come un’aquila, e dal cuore le sgorgò un canto:

La mia anima magnifica il Signore
Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore
Ha guardato l’umiltà della sua serva!
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
E santo è il suo nome:
Di generazione in generazione
La sua misericordia si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio
Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore
Ha rovesciato i potenti dai troni
E ha innalzato gli umili
Ha ricolmato di beni gli affamati
E ha rimandato a mani vuote i ricchi
Ha soccorso Israele suo servo
Ricordandosi della sua misericordia
Come aveva promesso ai nostri padri
Ad Abramo e alla sua discendenza
Per sempre!

Il canto cessò e Miriam rimise a fuoco il volto di Elisabella. La donna la stava guardando con soggezione e venerazione. Riprese l’atteggiamento dimesso di sempre e, sostenendo per un braccio Elisabetta, entrò con lei in casa.

***

Come è successo?
La luna piena illuminava la stanza, quasi più della lucerna sul mobile vicino.
Le due donne erano sedute sul tappeto vicino alla finestra, tenendosi l’un l’altra le mani.
Elisabetta guardava Miriam e quasi non si saziava di quei lineamenti, così belli che non si potevano più dire di una bellezza semplicemente umana. Eppure così umani. Come se il raggio della luna avesse gettato un raggio del paradiso stesso su quel volto.
- Era un tardo pomeriggio. Io stavo filando in camera mia e ricordo che stavo pensando alla grande promessa. E mi struggevo al pensiero del Messia che, come dicevano le Scritture, stava per venire, sarebbe venuto in quest’epoca. Ricordo che stavo proprio pregando l’Altissimo di concedermi il dono di vederlo e che, se lo voleva, ero disposta a dare la mia vita per accelerare la sua venuta.
«Poi all’improvviso la stanza si riempì di un fulgore, rapido come un lampo, ma dolce come i raggi del sole a primavera e vidi che davanti a me c’era un giovane inginocchiato, che mi guardava con reverenza e diceva: “Ti saluto, Miriam, piena di grazia, il Signore Altissimo è con te”. Io mi spaventai e, balzando in piedi, mi strinsi contro la parete e non sapevo come fuggire, ma il giovane cercò di rassicurarmi: “No, non temere”, disse “Io sono Gabriele, l’angelo di Dio. Il mio Signore mi ha mandato a te. Non temere perché hai trovato grazia presso Dio. E ora tu concepirai e partorirai un figlio a cui darai nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà mai fine”. “Ma io”, dissi, “sono fidanzata, ma ancora non conosco uomo. Come è possibile questo?”. “No, non sarà per opera di uomo che tu diventerai madre. Lo Spirito stesso di Dio scenderà su di te. Su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Perciò colui che nascerà da te sarà santo e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo. Pensi che non sia possibile? Tutto può il Signore Dio Nostro. Elisabetta, tua parente, la sterile, è incinta e ha concepito un figlio che sarà il Profeta, l’Elia che deve venire per preparare la strada al Messia. Il Signore le ha levato il suo obbrobrio e ora è al sesto mese. Nulla è impossibile a Dio. Dunque, che devo dire al mio Signore? Il mondo, il Cielo, l’Eterno attendono la tua parola”. Allora caddi in ginocchio davanti all’angelo, chinai il capo e con un filo di voce dissi: “Eccomi, sono la serva del Signore. Mi accada secondo la sua parola”. Allora l’angelo s’inchinò ancora di più. Poi si alzò e con un grande sorriso sfavillò di gioia e scomparve.
Due lacrime quiete scendevano sul volto delle due donne, mentre guardavano la luna tramontare, come il pallido bagliore della luce dei profeti, nell’attesa del fulgore della luce dell’aurora.

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