… Grazie, signore! Oh, è una somma troppo grande per un mendicante. Sarà meglio che la nasconda subito prima che qualcuno me la rubi. L’Altissimo ti renda in benedizioni la tua generosità.
… Che cosa c’è? Perché mi guardi così?
… Vuoi parlare con me? Beh, lo farei volentieri, ma ora sto lavorando.
… In effetti questa borsa è più di quanto raccoglierei in un mese di lavoro…
… E va bene, ma non fermiamoci qui, andiamo più in là, sotto quel portico: è più fresco e c’è meno gente. C’è una tale folla davanti a questa sinagoga… dicono che di sabato non si può lavorare. Ma è proprio di sabato che guadagno di più!
… Ecco, qui si sta meglio. Dunque, che vuoi sapere?
… Chi sono? Chi sono… è strano che tu mi faccia questa domanda. Perché vuoi saperlo? che può interessare a te chi sia uno come me?
… Va bene, se proprio ci tieni… dopotutto il denaro è tuo. Ma sono sicuro che dopo che avrai sentito la mia storia penserai di avere perso tempo dietro alle farneticazioni di un pazzo. L'hanno detto tutti. Tutti quei pochi a cui l'ho raccontata. E così ho smesso di parlarne. La troverai molto strana, eppure è davvero la mia storia, non me la sono inventata.
… E va bene, visto che ti interessa così tanto te la racconterò, ma ti ho avvertito. Tu sei straniero, vero? Sei vestito come noi, ma dall’aspetto non mi sembri di questi posti. Certamente non sei romano… e neppure greco. Sei forse etiope? No, non direi. Magari sei uno dei proseliti della Cilicia? Ne è passato un gruppo proprio poco fa. No, forse no…. Non me lo vuoi dire?
… Oh, scusami, sto divagando. E’ di me che dovrei parlare, non di te… Eppure anche tu mi sembri un tipo strano. Magari dopo che avrai ascoltato la mia storia mi racconterai qualcosa tu, eh? Vedi, anch’io sono straniero. Vengo da un posto molto lontano, e non parlo di leghe, sai? Parlo di … tempo. Si, perché… te lo dico subito così deciderai se ti conviene stare ad ascoltarmi ancora: io vengo dal futuro...
Beh? Non reagisci? Ti sembra normale? Non pensi già che io sia pazzo?… Uhm, allora forse vale proprio la pena di raccontarti il resto.
Si, vengo dal futuro, hai capito bene. Più o meno da un tempo da ora a… qualche migliaio di anni, non so esattamente.
Il mio nome era… non ha importanza. Ero un mendicante anche là, anzi un barbone, come si dice da quelle parti … e non so se lo sai, ma uno dei nostri problemi più assillanti è dove passare la notte: occorre trovare un posto al coperto, un posto dove non ci sia gente di passaggio, se possibile. E comunque abbastanza al caldo da riuscire a prendere sonno, ben avviluppato nei tuoi stracci.
Era da diversi giorni che tenevo d’occhio quella casa. Era una villetta isolata, un po’ in periferia, abbastanza distante dalle altre case. Sembrava deserta. Sul retro c’erano delle finestre aperte e il muretto di cinta era basso e facile da scavalcare. Tutt’intorno alla casa c’era un prato incolto, pieno di sterpaglia. Sembrava proprio che valesse la pena dare un’occhiata da vicino.
Così una sera mi avvicinai con cautela e scavalcai il muretto. Non c’era anima viva. Mi avvicinai a una delle finestre aperte che era proprio al piano terra. Gettai una rapida occhiata all’interno prima di nascondermi sotto il davanzale. Era buio e non si vedeva niente, ma non c’era neanche alcun rumore. Allora raccolsi tutto il coraggio che avevo e mi arrampicai dentro.
Appena entrato mi acquattai in un angolo, teso e pronto a gettarmi fuori al primo segnale di allarme, ma non udii nulla. Allora mi feci coraggio, gli occhi stavano incominciando ad adattarsi all’oscurità e vidi che c’era una porta socchiusa. Al di là della porta sembrava provenire una debole luce azzurrina. Mi avvicinai e con molta attenzione la spinsi per non fare il minimo rumore. Per fortuna la porta non cigolò. Allungai il collo e vidi che la stanza dava su un corridoio in fondo al quale c’era un’altra stanza. La porta era chiusa, ma da sotto si poteva scorgere una sottile lama di luce azzurra.
Tesi l’orecchio: nessun rumore.
Entrai carponi nel corridoio e pian piano mi avvicinai. Sentivo il cuore che mi batteva all’impazzata. Batteva così forte che penso che se si fosse avvicinato qualcuno a passo di marcia non l’avrei sentito.
Giunto a quella porta misteriosa mi bloccai e, rimanendo immobile, in ascolto di ogni minimo rumore, cercavo di capire se al di là ci fosse qualcuno, ma non colsi nessun indizio. Allora tentai di guardare dal buco della serratura. Non si vedeva niente, solo una debole luminescenza proveniente da un punto sulla destra, fuori della mia visuale. Appoggiai la mano sulla maniglia e scoprii che era aperta. Allora aprii lentamente e sporsi la testa dentro la stanza.
Rimasi un minuto abbondante con la bocca aperta pieno di stupore e meraviglia. Al centro della stanza c’era una pedana quadrata ai cui angoli c’erano quattro proiettori montati su aste lunghe circa due metri e che emanavano verso il centro la luce azzurrina che avevo visto. Sulle pareti c’erano strani oggetti, schermi e pannelli di forme varie e strane con lucine che si accendevano e spegnevano.
… Scusami, ti sto parlando di cose che non ci sono ancora… comunque erano macchine strane, che non avevo mai visto.
Vinto dalla curiosità entrai. Ma appena fatti due passi qualcosa mi colpì da dietro.
Tutto divenne nero e persi conoscenza.
Quando mi svegliai mi accorsi che non riuscivo a muovermi e ad aprire gli occhi.
Ero disteso a terra, forse su quella pedana che avevo visto perché sentivo il calore dei quattro proiettori che mi faceva sudare. Sopra di me sentivo delle voci che parlavano tra loro. Sembravano scambiarsi informazioni tecniche, ma io non capivo niente. Anche la lingua mi sembrava strana. Sembrava la mia lingua, ma con un accento che non avevo mai sentito e spesso usavano parole per me completamente sconosciute. Comunque ogni tanto coglievo dai loro discorsi qualcosa che mi riguardava. Compresi così, da frasi dette qua e là, che ero caduto in una trappola tesa proprio da quella gente misteriosa. Mi avevano scelto come cavia per un esperimento (la sparizione di un barbone non preoccupa mai più di tanto le autorità). Mi avevano attirato in quella villa con uno stratagemma. Ricordavo ora che proprio pochi giorni prima avevo sentito due persone sedute su una panchina del parco, vicino al mio rifugio, che parlavano di quella villa incustodita. L’avevano fatto apposta, in modo che io udissi. E infatti erano stati proprio i loro discorsi a farmi venire la voglia di dare un’occhiata. Non avevano dovuto fare altro che aspettare che io mi infilassi nel sacco da solo, senza dover neppure cercare di rapirmi.
Ero terrorizzato: non sapevo di quale esperimento si trattasse ed ero ormai sicuro che in ogni caso mi avrebbero ucciso.
Sentii un tremito, poi un tremendo lampo di luce accecante e poi persi nuovamente conoscenza.
Quando mi risvegliai mi accorsi di essere nudo e rannicchiato per terra. Doveva essere giorno perché sentivo su di me il calore del sole. Faceva molto caldo. Dove mi trovavo? Aprii gli occhi, sbattei le palpebre, ma tutto attorno a me era nero. Mi portai le mani agli occhi, ma non c’era nessuna benda.
Ero cieco.
Attorno a me sentivo delle voci, gente che mi parlava. Sembra sorpresa o spaventa, ma non capivo una parola. Parlavano una lingua che sembrava arabo e questo mi portò a immaginare di essere stato drogato per molto tempo e abbandonato in qualche paese del Medio Oriente. Ma perché? Se non servivo più perché non mi avevano ucciso subito?
Poi sentii un scalpitio, come di cavalli che si avvicinavano. Venivano nella mia direzione, ma io, sempre più disorientato, non sapevo che cosa fare. Sentii due braccia che mi sollevavano di peso e mi trascinavano qualche metro più in là, appena in tempo per evitare di essere investito. Udii i cavalli che si fermavano proprio davanti a me e la voce del cavaliere che si rivolgeva a qualcuno di quelli che mi erano intorno. Quella voce mi lasciò completamente sbalordito: era latino.
… Vedi, straniero, io il latino lo conosco abbastanza bene perché non sono sempre stato un barbone, sai? Io una volta ero prete, un sacerdote. Si, un ministro del culto come ne avete anche qui. Nel posto da dove vengo è importante che i sacerdoti conoscano il latino. Nel mio tempo non lo parla nessuno, ma i sacerdoti lo devono sapere … per le formule rituali, capisci?
Comunque io non avevo mai sentito parlare latino da una persona, come un normale linguaggio e non sapevo che cosa pensare. Era tutto così assurdo, quasi mi aspettavo di svegliarmi da un momento all’altro e accorgermi che era stato tutto un terribile incubo.
Il cavaliere chiedeva chi fossi e perché mi trovavo nudo in mezzo alla strada. La risposta che gli stava dando la persona vicino a me non la capii, ma l’uomo scoppiò in una risata e si rivolse all’altro cavaliere dicendo che ero ubriaco. Udii come un rumore di metallo sfregato contro qualcosa. Era una corazza? Quel cavaliere che mi sovrastava era un soldato romano? Ma dove mi trovavo?
Due braccia mi sollevarono in piedi. Mi tremavano le gambe, ma riuscivo a reggermi. Qualcuno mi mise sulle spalle qualcosa, forse una coperta o un mantello. Poi venni accompagnato dentro una casa. Qualcuno mi avvicinò alla bocca una ciotola con dell’acqua. Solo allora mi accorsi di quanto fossi assetato. Bevvi tutto d’un fiato e ne chiesi ancora.
Tentai di parlare, sperando che qualcuno capisse la mia lingua. Provai con l’inglese, ma percepii solo un silenzio imbarazzato. Chissà perché non tentai di parlare in latino. Qualcosa mi diceva che avrei fatto meglio a non far sapere che lo capivo e potevo parlarlo.
Venni accompagnato in un angolo della casa dove mi fecero coricare su una stuoia. Ero così sfinito che mi addormentai immediatamente.
La mattina dopo venni svegliato da una scossa rude. Un uomo, la cui voce il giorno prima non avevo mai sentito, mi parlava ad alta voce e ripeteva più volte le stesse parole, poi lo udii emettere un sospiro rassegnato. Credo che pensasse che fossi idiota. Mi fecero mettere in piedi e mi portarono fuori. Senza tante delicatezze mi spinsero sopra un carro. Caddi riverso sul pianale sbattendo la faccia. Sentivo attorno a me altra gente seduta nel carro, ma nessuno mi aiutò ad alzarmi. Qualcuno, anzi, sghignazzava divertito. Sentivo il sangue che mi colava dal naso sulle labbra.
Il carro si mise in movimento. Dopo qualche ora di viaggio sotto il sole cocente il carro si fermò. Sentii qualcuno che si avvicinava e sbraitava qualcosa. I passeggeri lentamente scesero dal carro. Dai rumori compresi che qualcuno non era in grado di camminare. Udii una voce che gridava qualcosa e poco dopo udii qualcuno che saliva sul carro e poi i lamenti del povero disgraziato che provenivano da un po’ più in altro di prima. Il tizio che era salito doveva esserselo caricato sulle spalle come un sacco di farina.
Poi fu il mio turno. Venni scaricato dal carro e addossato ad una parete, in una stanza molto grande, credo, in cui dovevano esserci molte altre persone.
Qualcuno mi mise in mano una ciotola con dell’acqua e del pane. Mangiai tutto e poi mi addormentai, ma non dormii per molto. Venni svegliato con un calcio e nuovamente trasportato su un carro. Mi misero a tracolla una sacca con dentro la ciotola, dell’acqua e un pezzo di pane e poi partimmo nuovamente.
Dopo circa una paio d’ore il carro si fermò. Sentivo attorno a me il vociare di una folla di persone indaffarate. Dovevamo essere, forse, in un mercato. Sentivo schiamazzi, grida, cantilene e ogni tanto lo scalpitare di cavalli che passavano al trotto.
Venni spinto con la schiena contro una parete e poi sentii una mano che frugava nella mia sacca. Estraeva la mia ciotola e me la metteva in mano. Una voce mi gridava qualcosa, sembravano degli ordini, ma io non capivo niente. Poi la voce si allontanò con un borbottio.
Era caldo, avevo sete, ma non sapevo cosa fare. Ad un tratto avvertii la presenza di una persona davanti a me, che per un attimo mi fece ombra. La sentii rovistare con le mani dentro un sacchetto o una borsa e poi udii il tintinnio di alcune monete che cadevano nella mia ciotola. Lo schiaffo del sole che nuovamente mi percosse la faccia mi informò che la figura si era allontanata. Misi la mano nella ciotola e tastai le due monete.
Allora compresi. Ero finito nelle mani di uno sfruttatore di mendicanti. Non pensavo che esistessero anche qui. Nella mia epoca ce ne sono, parecchi. Sono la peggiore disgrazia che può capitare a un poveraccio. Ti sfruttano finché possono spremere da te l’ultimo spicciolo e se non fai abbastanza pietà ti aiutano storpiandoti un braccio o una gamba, o accecandoti un occhio. Poi, quando giudicano che non rendi più abbastanza, ti lasciano morire in un fosso come un cane.
Con il tempo imparai la vostra lingua e imparai altre cose dai miei compagni di disgrazie. Il capo dell’organizzazione di chiamava Demetrios, un greco che si era trasferito qui dal Libano. Possedeva oltre a me altre decine di poveracci e all’alba dei giorni di festa e di mercato ci trasportava nei paesi qui intorno per mendicare. A fine giornata il carro passava a raccoglierci e a ritirare il denaro. Se qualcuno di noi non aveva raccolto niente rimaneva senza cibo e se qualcuno tentava di fare il furbo nascondendo qualche spicciolo veniva bastonato a sangue e lasciato morire nello scarico dei rifiuti.
Ma la cosa che mi terrorizzò più di tutte fu lo scoprire a poco a poco che non ero finito in qualche paese arabo della mia epoca, ma che per qualche strano assurdo gioco del destino ero stato precipitato indietro nel tempo. Non sapevo quanto, ma se quegli uomini che parlavano latino erano davvero soldati romani dovevano essere almeno duemila anni e quel posto doveva essere un paese del Medio Oriente o del Nord Africa.
Non sapevo spiegarmi come fosse potuto accadere tutto questo. Maledissi la mia curiosità che mi aveva spinto ad entrare in quella villa, maledissi quelle macchine diaboliche e quei pazzi che mi avevano usato per il loro sporco esperimento.
E piansi.
Tutte le notti piangevo e speravo che fosse tutto un assurdo sogno provocato dal vino e speravo di risvegliarmi infreddolito il mattino dopo sotto il ponte dell’autostrada.
Ma il mattino dopo udivo solo le urla di Demetrios.
Poi, con il passare tempo, me ne feci una ragione e cercai di sopravvivere. Per dieci anni quella fu la mia vita quotidiana.
Ai miei compagni di sventura non provai neppure a parlare di me. Avevano capito che ero straniero, ma non riuscivano a capire di dove fossi e io non avevo certo voglia di raccontare la mia assurda storia. Così dopo un po’ mi lasciarono in pace.
Il fatto che fossi cieco mi metteva un poco in vantaggio agli occhi di Demetrios rispetto agli altri: i ciechi, da queste parti, suscitano più compassione di altri disgraziati, salvo forse i paralitici, e quindi rendono di più. E poi, non potendo sapere mai se c’era lì intorno qualcuno che mi sorvegliava, ero meno tentato di nascondere il denaro. Così mi trovai ad essere tra i suoi mendicanti più produttivi e qualche volta trovavo nella ciotola anche un pezzo di carne.
Ma un giorno fui portato in un paese dove non ero mai stato, nessuno si prese il disturbo di dirmi il suo nome. Come al solito venni scaricato davanti alla sinagoga e subito cominciai a intonare il lamento dei poveracci.
Ma ad un tratto udii un gran clamore. C’era una folla che si avvicinava e acclamava qualcuno. Non capivo bene di chi si trattasse, ma doveva essere un personaggio importante. Chiesi al mio vicino di che cosa si trattasse e lui mi rispose che stava arrivando il rabbi Gesù di Nazareth, famoso per i suoi miracoli, che in quel periodo stava mettendo a rumore tutta la Palestina con la sua predicazione.
All’udire quel nome rimasi impietrito. Finalmente sapevo dove mi trovavo e quando.
… Non so se puoi capire, straniero, ma devo raccontarti perché sono diventato un mendicante.
Una volta ero un sacerdote. Un ministro del culto reso a questo Gesù di Nazareth che farà parlare di sé per i secoli a venire. In questo angolo di mondo sembra ancora una cosa insignificante, a parte i tumulti che scoppiano ogni tanto contro i suoi seguaci. Ma la sua dottrina avanzerà come una marea inarrestabile e tutto l’Impero un giorno crederà in lui.
Ma io no, io non credevo più in lui. Da molto tempo ormai mi sembrava un fatto del passato, un noioso elenco di precetti morali che mi soffocavano sempre più. Riti freddi, senza più significato. Formalismi che ogni giorno mi diventavano sempre più insopportabili.
Finché un giorno decisi che non potevo sopportare più a lungo quella gabbia. Io non riuscivo a vederlo, non riuscivo più a ritrovare la visione che mi aveva affascinato in gioventù.
Avevo perso la fede.
Così abbandonai l’abito e mi lanciai nel mondo con la voglia disperata di godere, nell’inseguimento forsennato del tempo perduto.
Ma ben presto mi accorsi che il mondo non era poi così attraente come mi appariva dal di fuori.
La passione e l’illusione svanirono presto, come i miei soldi, gettandomi nella depressione più nera. A poco a poco mi lasciai andare sempre più, fino a diventare un mendicante, lasciandomi vivere giorno dopo giorno nell’attesa che la morte mi prendesse e cancellasse questa vita da schifo.
E ora mi trovavo, per un assurdo scherzo del destino, proprio di fronte all’occasione di vederlo con i miei occhi! Solo che non avevo occhi.
Mi sentii preso dalla disperazione. Dovevo assolutamente vederlo. Balzai in piedi e, rivolto nella direzione dalla quale mi sembravano provenire le grida, urlai con quanta voce avevo in corpo: “Gesù di Nazareth, figlio di Davide, abbia pietà di me!”, ma la mia voce si perdeva fra le mille più forti della mia. Ripetei il mio grido ancora e ancora, ma sembrava che nessuno sembrava che se ne accorgesse. Mi accasciai, sconfitto. Avrei voluto morire.
Ancora una volta Lui non aveva ascoltato il mio grido, pensai.
Ma ad un tratto si fece silenzio. Girai la testa da una parte dell’altra per capire che cosa stava succedendo. Chiesi al mio vicino perché si erano tutti azzittiti e lui mi rispose: “Ti stanno guardando. Stanno venendo verso di te”. Poi sentii una voce che mi diceva: “Coraggio, il maestro ti chiama”.
Non potevo credere alle mie orecchie: in tutto quel baccano il maestro aveva sentito la mia voce?
Fui accompagnato di fronte a lui. Udii la sua voce che mi diceva: “Figlio, che cosa vuoi che ti faccia?” e senza pensarci risposi: “Signore, che io ti veda!”. “Io posso ridarti la vista”, disse, “ma è un’altra la cecità che ti affligge. Hai fede in me?” Sembrava che mi leggesse nel cuore. Io ero ammutolito e non sapevo che cosa dire, ma lui riprese: “Oggi io ridò vita ai tuoi occhi di carne, ma la cecità del tuo cuore sarà vinta solo dal tuo desiderio. Solo quando il tuo desiderio sarà puro allora potrai vedermi. Ma tu aspettami perché io ritornerò e finalmente mi vedrai”.
Poi mi toccò con le dita gli occhi e subito vidi le tenebre schiarirsi e diventare come una nebbia, poi la nebbia a poco a poco si dissolse e cominciai a distinguere i contorni delle cose e infine vidi distintamente tutti.
Non posso descrivere la gioia che provai.
Volevo ringraziare il Maestro, ma lui si era nascosto tra la folla e se ne era andato. Lo cercai, andai dietro al gruppo, cercai di raggiungerlo, ma non ci riuscii.
Così tornai scoraggiato al mio posto.
Giunta la sera arrivò Demetrios sul suo carro.
Quando mi vide chiese agli altri che cosa mi fosse successo e, al racconto del miracolo, lanciò un’imprecazione verso quel predicatore guaritore che gli danneggiava gli affari. Poi, senza dire una parola, mi diede un calcio, mi afferrò per le spalle e con uno spintone mi gettò lungo disteso in mezzo alla strada. Dopo avere sfogato la sua rabbia su di me, caricò gli altri disgraziati e se ne andò, lasciandomi solo.
Passai ancora qualche tempo alla ricerca del maestro, ma seppi che era stato ucciso, anche se qualcuno diceva che non era vero … e io sapevo che non era vero.
Così continuai a tirare avanti facendo l’unica cosa che so fare: mendicare.
Ma da allora non passa giorno che io non vada col ricordo a quel momento. Ogni giorno ripenso alle sue parole e … sono certo che, non so come, lui manterrà la promessa. Non so dirti perché, ma è così … e vivo ormai solo nell’attesa di quel momento. Come vorrei vedere il suo volto prima di morire! Come vorrei … chiedergli perdono.
Ecco, straniero, questa è la mia storia. E’ ben strana, no?
… Vuoi venire a casa mia? Ma … non so se posso ospitarti, non ho niente da offrirti .
… Va bene, come vuoi tu. Se insisti …
… Ecco, è da questa parte. Come vedi è poco più di una capanna, ma se ti accontenti … entra pure e sii il benvenuto sotto il mio tetto.
… Devo avere da qualche parte ancora un pane … ah, eccolo qui. Che strano, mi sembrava di averne mangiato un pezzo ieri sera, ma questo è intero … e … guarda un po’: sembra appena sfornato … mah, sto diventando un vecchio rimbambito ... no, deve essere stata Miriam, la figlia del contadino che abita qui in fondo al sentiero. E’ sempre così buona con me.
Ecco straniero, non è che un povero pezzo di pane, ma è tutto quello che ho e te lo offro volentieri.
… Vuoi spezzarlo tu? Veramente è uso che il padrone di casa lo spezzi e lo offra all’ospite, ma se insisti … va bene, fa come vuoi.
… Ma … Tu! Sei tu! … Ora ti riconosco! Per tutto questo tempo ti ho cercato e tu … tu sei venuto a casa mia? … Oh, mio Dio, perdonami … Finalmente ti vedo!
… Ma … dove sei? Signore?
… Te ne sei andato!
…
No, sei ancora qui.
… Ora lo so.
… Sei qui … e ora … ora lasciami stare con Te.
… Per sempre.
martedì 17 aprile 2012
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