martedì 17 aprile 2012

Un lungo e profondo respiro

- Gli operai hanno caricato tutti gli sgabelli. Faccio caricare anche il tavolo?
No. Per ora mandate a Samuel i sedili. Ditegli che gli manderò il tavolo con il secondo viaggio. Non abbia paura, non intendo imbrogliarlo. Non più.
Il servo si ritirò lasciandolo solo nella grande stanza ormai quasi vuota. Restava solo il lungo tavolo.
La sala delle feste. Non restava molto dei drappi finissimi delle pareti, dei triclini e dei sedili finemente intagliati, dei cuscini di Damasco, degli ori di Arabia, dei tappeti preziosi e del vasellame cinese che aveva fatto venire apposta attraverso la Persia. Quante feste aveva fatto lì, donne e vino a fiumi. I romani venivano apposta da Cesarea per partecipare alle orge del più ricco e più spietato appaltatore d’imposte di Gerico.
Quella stanza aveva visto il culmine del suo successo. E l’inizio della sua nuova vita, soprattutto quel tavolo.
Quanto tempo è passato? Solo due settimane? Incredibile, mi sembrano secoli.

***

Quella mattina gli attacchi di asma erano più forti del solito. Un senso di oppressione, di soffocamento, con un respiro che non voleva arrivare fino in fondo. Era come se i polmoni che non ne volessero sapere di riempirsi.
Gli succedeva sempre così quando lo prendevano quegli strani momenti di depressione. Una inquietudine, una specie di sensazione ai margini della coscienza che qualcosa nella sua vita non andava. Ma che cosa non andava? Era l’uomo più ricco di Gerico, l’esattore delle imposte più efficiente della regione. I romani avrebbero faticato parecchio per trovare un altro come lui. Aveva denaro e potere. E donne, se ne voleva.
Pensieri che si affacciavano dapprima guardinghi, come topi che escono prudenti dalle tane, poi sempre più invadenti e arroganti e, certi ormai che nessuno li avrebbe contrastati, invadevano tutta l’anima.
Si appoggiò alla parete. A poco a poco il senso di oppressione passò.
Fuori della stanza il servo lo attendeva con uno sguardo un po’ inquieto.
- C’è Samuel alla porta, padrone. E’ venuto a pagare le tasse.
- Sto seduto al banco del mercato tutti i giorni. Perché è venuto a casa?
- Non me lo ha detto. Ha detto solo così: “Chiama il tuo padrone. Gli devo pagare le tasse”
- Uhm – rispose con un grugnito.
Sulla soglia della porta attendeva un uomo alto, dall’aria inquieta, si guardava alle spalle come se temesse di essere visto.
Zaccheo lo fece entrare e il servo richiuse in fretta la porta.
- Perché non sei venuto al mio banco al mercato?
- Non voglio guai con i romani. Le maledette tasse le devo pagare. Ma io lavoro tutti i giorni con gli ebrei. E non voglio guai neanche con loro... Tu capisci...
- Si, capisco.
Zaccheo lo guardò da sotto in su. Arrivava a malapena al petto di Samuel. Non che l’uomo fosse molto alto. Era lui che era troppo basso.
Ricordava come fosse ora gli scherni degli altri bambini all’uscita della scuola della sinagoga. Samuel in testa a tutti, che gli si parava davanti sovrastandolo. Nano, sei già in ginocchio?, e rideva. No, è in piedi, gridavano gli altri, ma riesce a mangiare la polvere lo stesso. E quello era il segnale che dava inizio al pestaggio.
Quando tornava a casa pesto e graffiato, i vesti strappati, suo padre lo guardava con disprezzo. Come lo feriva quello sguardo! Se ne andava in magazzino e dalla cucina, seduto sul tavolo, lo sentiva gridare ai garzoni. Sua madre invece lo abbracciava e con delicatezza gli puliva le ferite.
E gli sorrideva. Quel sorriso era l’unica cosa che ricordava di sua madre.
Per una madre non è importante l’altezza del figlio, la sua intelligenza o la sua forza. E’ suo figlio e basta. E lo ama per questo solo fatto.
Quel sorriso... perché se ne era andata così presto? Perché l’Altissimo era stato così crudele?
Samuele lo guardava cercando di indovinare i suoi pensieri, ma non osava interromperlo. Era sulle spine. Si capiva che non vedeva l’ora di uscire di lì, ma non osava mettere fretta a quel verme per non peggiorare la situazione. Giocherellava con il cordone della borsa e cercava di non guardarlo negli occhi, tenendosi un po’ a distanza, per non sovrastarlo troppo con la sua statura.
- Venti sicli – disse Zaccheo col tono di un giudice che pronuncia una sentenza di morte.
- Che cosa? Te ne ho dati dieci il mese scorso!
- Sono le nuove disposizioni dei romani. O paghi o mando a chiamare il centurione.
- Maledetto!
- Attendo a come parli. – lo fissò duro Zaccheo. - O diventano venticinque – aggiunse con un sorriso feroce.
Samuele gettò stizzito la borsa aperta sul tavolo sparpagliando le monete in tutte le direzioni. Poi se ne andò sbattendo la porta mentre il servo si affannava a correre dietro alle monete cadute per terra e che sembrava si divertissero a ritolare negli angoli più nascosti.
- Non vuoi la ricevuta? – gli gridò dietro Zaccheo ridendo.
Contò scrupolosamente le monete sul tavolo e poi quelle che il servo aveva recuperato.
Venti sicli esatti. Sembrava se lo aspettasse.
Rimise le monete nella borsa e tornò nella sua stanza.
Aprì un forziere con una grossa chiave che teneva nella cintura e contemplò i sacchetti di denaro allineati con cura.
Vendetta.
Sua madre era morta quando aveva appena compiuto dodici anni, come se anche lei avesse voluto abbandonarlo all’inizio della maggiore età, quando ormai non poteva più proteggerlo.
Suo padre non l’aveva mai amato. Lo trattava poco meglio di un garzone nonostante avesse dimostrato più volte che negli affari ci sapeva fare.
Quando un giorno suo padre morì di crepacuore (forse erano state tutte le maledizioni dei debitori) Zaccheo, ancora ventenne, aveva ereditato il più grosso commercio di porpora a nord del mare di Araba.
Poi un giorno aveva sentito dire che i romani cercavano un appaltatore per le imposte per tutta la zona di Gerico. Era un affare importante perché dal centro doganale di Gerico passava tutto il traffico commerciale con la Perea, l’Arabia e oltre ancora.
Aveva venduto tutto e si era lanciato nella nuova attività.
Ma non l’aveva fatto per i soldi. Certo anche per quelli, ma sopratutto per il potere.
Sapeva che scegliendo di collaborare con gli odiati romani si sarebbe attirato l’odio del suo popolo, ma ormai più di così...
Dio lo aveva tradito facendolo venire al mondo con quell’aspetto ridicolo. E poi portandogli via sua madre. Che gliene importava ormai della sua legge?
Con gli abitanti di Gerico, poi, aveva un conto in sospeso da anni. E gli interessi ormai erano diventati enormi.
E li avrebbero pagati fino all’ultimo spicciolo.
Vendetta.
Richiuse il forziere con colpo violento, ma nell’alzarsi sentì arrivare un altro attacco di asma.
Si sedette allora sul forziere slacciandosi un po’ la veste, cercando di respirare più profondamente possibile.
L’attacco lentamente passò.
Si alzo ancora un po’ spossato e pensò di chiamare il servo e farsi portare un po’ di vino, ma nell’uscire dalla stanza udì un rumore di folla provenire dalla strada.
Chiese al servo spiegazioni, ma questi non sapeva nulla.
Allora salì sulla terrazza. Il rumore veniva da oltre un gruppo di case, nascosto alla sua vista.
Scese in strada.
Il clamore cresceva, ma non sembrava un tumulto. Ogni tanto si udivano grida più distinte di entusiasmo, applausi e cori e risa.
Vide un ragazzo che veniva nella sua direzione e gli chiese se ci fosse per caso un tumulto.
- No – rispose il ragazzo. – E’ il rabbi di Nazareth che sta arrivando!
- Il rabbi di Nazareth? Quello che fa i miracoli?
- Si. Corro avanti e vedo se riesco a portare mia madre almeno sulla soglia di casa. E’ da tanto che lo vuole vedere. Magari la guarisce.
Il ragazzo scappò via.
Il rabbi di Nazareth... Dicono che ha un aspetto imponente, quasi un gigante.
Zaccheo fu sopraffatto dalla curiosità.
Chissà se è davvero così alto? Che ci viene a fare a Gerico?
Si rese subito conto che con quella folla e la statura che si ritrovava avrebbe visto ben poco. Pensò allora di tornare casa e di appostarsi sulla terrazza, ma lo avrebbero sicuramente notato e per quel giorno non aveva voglia di altre maledizioni.
Dall’altra parte della strada c’era un bel sicomoro frondoso. Pensò così di arrampicarsi lassù e nascondersi fra le foglie. Vide che l’albero aveva alcuni rami bassi che gli avrebbero facilitato la salita e corse verso l’albero per salirvi prima dell’arrivo della gente.
L’arrampicata non fu così facile come aveva pensato. Non aveva più l’età per quelle cose e la vita di mollezze che aveva condotto non lo stava certo facilitando.
Mentre tentava quella goffa scalata due passanti lo riconobbero:
- Ehi, Zaccheo! Stai cercando un ramo per impiccarti? Se vuoi ti diamo una mano!
E si allontanarono sghignazzando.
Ridete, ridete. Vi ho visto. Dovrete anche voi pagare le tasse.
Sbuffando e graffiandosi mani e ginocchia riuscì a salire a metà altezza e lì, nascosto fra le fronde, si dispose ad attendere l’arrivo del famoso rabbi.
Da dietro una svolta sbucarono le prime persone, poi una folla sempre più grande di uomini, donne, bambini di tutte le condizioni sociali, uomini ben vestiti e pezzenti.
Un po’ in disparte, rasentando gli edifici, come per non contaminarsi con gli impuri c’era anche un gruppo di farisei, impaludati nei loro abiti pieni di frange e filatteri.
Nel centro, appena un po’ meno oppresso dalla calca grazie a un gruppo di uomini robusti che gli facevano largo a forza di gomitate, avanzava un uomo.
Aveva una veste bianca sotto un mantello blu scuro.
Non è poi così alto come dicono. Stupido Zaccheo, che cosa ti è saltato in testa di salire fin quassù? E adesso dovrò stare appollaiato quassù come un corvo finché non se ne sono andati tutti prima di poter scendere...
Studiò meglio quell’uomo. Era un po’ più alto degli altri, d’accordo, ma non più di tanto. Ma soprattutto colpivano i modi semplici, familiari, con cui trattava la gente.
Vedeva come accarezzava un bambino che gli capitava tra i piedi, come toccava la spalla di un mendicante o diceva una parola a una donna che gli si parava davanti per chiedergli chissà cosa.
Quando il corteo giunse sotto il sicomoro l’uomo si fermò. Alzò lo sguardo e gridò:
- Zaccheo, scendi. Questa sera verrò a cena a casa tua.
Allora anche tutti gli altri si accorsero dell’esattore appollaiato sul sicomoro.
Qualcuno sghignazzava, qualcun’altro avrebbe voluto prenderlo a sassate, ma nessuno in realtà fece niente. Anzi, a poco a poco il clamore si calmò.
Zaccheo fissò quell’uomo senza una parola.
Quel sorriso!
Lo stesso di mia madre.
Per poco non perse la presa rischiando di finire su quelle teste che lo fissavano con ben poca simpatia.
Poi l’uomo si rimise in cammino. Zaccheo notò che all’uomo si era avvicinato uno dei suoi per parlargli all’orecchio tendendo il braccio verso il gruppo dei farisei che si era raccolto in un androne.
Aspettò che la folla passasse e poi, con precauzione, scese a terra e corse subito dal servo.
Quella sera la casa era illuminata a festa. Lampade e lanterne dappertutto.
Dall’interno si sentiva musica di flauti, timpani e cembali. Molti invitati erano già arrivati, altri stavano arrivando alla spicciolata. Tutti erano sorpresi da quell’invito, ma non potevano rifiutare: quasi tutta Gerico gli doveva dei soldi.
C’erano commercianti, altri pubblicani, ufficiali romani e mercanti greci.
C’erano anche delle donne, un po’ in disparte e che cercavano di coprirsi il più possibile con mantelli e veli per passare inosservate, ma gli anelli e i bracciali ai polsi e alle caviglie lasciavano ben pochi dubbi sulla loro identità e il loro mestiere.
Il gruppo di farisei era appostato presso la porta esterna un po’ discosto dal muto, bene attento a non toccare nulla e nessuno.
Stavano in silenzio o mormoravano fra loro brevi parole, come i cacciatori che prendono gli ultimi accordi mentre aspettano la preda al varco.
Sulla soglia stava Zaccheo e accoglieva tutti con un sorriso che nessuno gli aveva mai visto.
Sorrideva, ma dentro di lui l’ansia cresceva.
Verrà? Si sarà preso gioco di me?
Ma finalmente il rabbi di Nazareth venne.
Era attorniato dal gruppo dei suoi discepoli che, però, sulla soglia della casa si mostrarono piuttosto a disagio e qualcuno di loro fece notare al maestro i farisei.
E infatti, proprio mentre il maestro stava per entrare, uno di loro lo apostrofò:
- Maestro, lo sai di chi è la casa in cui stai per entrare? Un peccatore pubblico! Noi lo diciamo per te. Non conviene al buon nome del tuo insegnamento frequentare questa gente. Così facendo, con il tuo comportamento contraddici il tuo insegnamento!
- Il mio insegnamento? – rispose il maestro. - Chi di voi lo conosce veramente? Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Se siete sani o malati giudicatelo voi, ma non impedite a me di portare conforto a un cuore che soffre da troppi anni.
Poi disse ai suoi discepoli che se non se la sentivano potevano andare a casa e li avrebbe raggiunti poi. Ma, naturalmente, nessuno di loro a quel punto se la sentì di andarsene. Solo uno borbottò una scusa e si allontanò, subito seguito da uno dei farisei.
Poi tutti entrarono e la musica crebbe e le grida di gioia risuonarono.
Forse il maestro e i suoi discepoli non erano abituati a quel tipo di gente e a quei modi, ma non lo diede a vedere.
Zaccheo fece sedere il maestro al posto d’onore del lungo tavolo della sala delle feste.
Non lo perdeva di vista per un attimo mentre il maestro si fermava a dire una parola o a dare una carezza.
Non si poteva saziare di quel sorriso.
Infine tutti furono al loro posto e poco a poco si fece una silenzio imbarazzato. Tutti si aspettavano di iniziare le solite gozzoviglie, ma sulla tavola c’era per il momento solo il pane e le vivande e il vino non erano ancora state portate in tavola.
Il maestro era seduto al centro della tavola e tutt’intorno i suoi discepoli e gli invitati.
In piedi davanti a lui al centro della stanza stava Zaccheo, che fissava quel sorriso e sembrava non vedesse altro.
Poi improvvisamente si gettò in ginocchio:
- Signore, tu poco fa sulla porta hai letto il mio cuore meglio di chiunque altro. Perciò amici tutti ascoltate. Io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto!
Dagli invitati salì un mormorio. Chi commentava con il vicino questo strano cambiamento, chi faceva i conti dei soldi che avrebbe risparmiato, qualcun’altro, che mostrava di saperla lunga sul rabbi di Nazareth, raccontava dandosi arie di bene informato altri episodi clamorosi del maestro, qualche donna piangeva in silenzio e studiava il modo di avvicinarlo senza farsi vedere e senza dare scandalo.
Poi su tutto quel brusio si levò la voce del maestro:
- Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche tu sei figlio di Abramo e il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.
Poi prese un pane e lo spezzo in due. Ne mangiò un boccone e diede l’altre metà a Zaccheo.
Mai pietanza di re fu per Zaccheo più saporita di quel pezzo di pane.
Infine il maestro si alzò, augurò la pace a Zaccheo e alla sua casa e seguito dai discepoli.

***
- E’ arrivato il carro per caricare il tavolo, padrone
Potete caricare.
Zaccheo uscì dalla sala e salì sul terrazzo. Vide i tetti Gerico e il cielo azzurro che cominciava a tingersi del rosso del tramonto.
Dall’altra parte della strada il sicomoro stormiva alla brezza dell’imbrunire.
Lo guardò con tenerezza e fece finalmente un bel respiro lungo e profondo.

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