- No. Per ora mandate a Samuel i sedili. Ditegli che gli manderò il tavolo con il secondo viaggio. Non abbia paura, non intendo imbrogliarlo. Non più.
Il
servo si ritirò lasciandolo solo nella grande stanza ormai quasi
vuota. Restava solo il lungo tavolo.
La
sala delle feste. Non restava molto dei drappi finissimi delle
pareti, dei triclini e dei sedili finemente intagliati, dei cuscini
di Damasco, degli ori di Arabia, dei tappeti preziosi e del vasellame
cinese che aveva fatto venire apposta attraverso la Persia. Quante
feste aveva fatto lì, donne e vino a fiumi. I romani venivano
apposta da Cesarea per partecipare alle orge del più ricco e più
spietato appaltatore d’imposte di Gerico.
Quella
stanza aveva visto il culmine del suo successo. E l’inizio della
sua nuova vita, soprattutto quel tavolo.
Quanto
tempo è passato? Solo due settimane? Incredibile, mi sembrano
secoli.
***
Quella
mattina gli attacchi di asma erano più forti del solito. Un senso di
oppressione, di soffocamento, con un respiro che non voleva arrivare
fino in fondo. Era come se i polmoni che non ne volessero sapere di
riempirsi.
Gli
succedeva sempre così quando lo prendevano quegli strani momenti di
depressione. Una inquietudine, una specie di sensazione ai margini
della coscienza che qualcosa nella sua vita non andava. Ma che cosa
non andava? Era l’uomo più ricco di Gerico, l’esattore delle
imposte più efficiente della regione. I romani avrebbero faticato
parecchio per trovare un altro come lui. Aveva denaro e potere. E
donne, se ne voleva.
Pensieri
che si affacciavano dapprima guardinghi, come topi che escono
prudenti dalle tane, poi sempre più invadenti e arroganti e, certi
ormai che nessuno li avrebbe contrastati, invadevano tutta l’anima.
Si
appoggiò alla parete. A poco a poco il senso di oppressione passò.
Fuori
della stanza il servo lo attendeva con uno sguardo un po’ inquieto.
- C’è
Samuel alla porta, padrone. E’ venuto a pagare le tasse.
- Sto
seduto al banco del mercato tutti i giorni. Perché è venuto a
casa?
- Non
me lo ha detto. Ha detto solo così: “Chiama il tuo padrone. Gli
devo pagare le tasse”
- Uhm
– rispose con un grugnito.
Sulla
soglia della porta attendeva un uomo alto, dall’aria inquieta, si
guardava alle spalle come se temesse di essere visto.
Zaccheo
lo fece entrare e il servo richiuse in fretta la porta.
- Perché
non sei venuto al mio banco al mercato?
- Non
voglio guai con i romani. Le maledette tasse le devo pagare. Ma io
lavoro tutti i giorni con gli ebrei. E non voglio guai neanche con
loro... Tu capisci...
- Si,
capisco.
Zaccheo
lo guardò da sotto in su. Arrivava a malapena al petto di Samuel.
Non che l’uomo fosse molto alto. Era lui che era troppo basso.
Ricordava
come fosse ora gli scherni degli altri bambini all’uscita della
scuola della sinagoga. Samuel in testa a tutti, che gli si parava
davanti sovrastandolo. Nano,
sei già in ginocchio?, e
rideva. No, è in piedi,
gridavano gli altri, ma
riesce a mangiare la polvere lo stesso.
E quello era il segnale che dava inizio al pestaggio.
Quando
tornava a casa pesto e graffiato, i vesti strappati, suo padre lo
guardava con disprezzo. Come lo feriva quello sguardo! Se ne andava
in magazzino e dalla cucina, seduto sul tavolo, lo sentiva gridare ai
garzoni. Sua madre invece lo abbracciava e con delicatezza gli puliva
le ferite.
E
gli sorrideva. Quel sorriso era l’unica cosa che ricordava di sua
madre.
Per
una madre non è importante l’altezza del figlio, la sua
intelligenza o la sua forza. E’ suo figlio e basta. E lo ama per
questo solo fatto.
Quel
sorriso... perché se ne era andata così presto? Perché l’Altissimo
era stato così crudele?
Samuele
lo guardava cercando di indovinare i suoi pensieri, ma non osava
interromperlo. Era sulle spine. Si capiva che non vedeva l’ora di
uscire di lì, ma non osava mettere fretta a quel verme per non
peggiorare la situazione. Giocherellava con il cordone della borsa e
cercava di non guardarlo negli occhi, tenendosi un po’ a distanza,
per non sovrastarlo troppo con la sua statura.
- Venti
sicli – disse Zaccheo col tono di un giudice che pronuncia una
sentenza di morte.
- Che
cosa? Te ne ho dati dieci il mese scorso!
- Sono
le nuove disposizioni dei romani. O paghi o mando a chiamare il
centurione.
- Maledetto!
- Attendo
a come parli. – lo fissò duro Zaccheo. - O diventano venticinque
– aggiunse con un sorriso feroce.
Samuele
gettò stizzito la borsa aperta sul tavolo sparpagliando le monete in
tutte le direzioni. Poi se ne andò sbattendo la porta mentre il
servo si affannava a correre dietro alle monete cadute per terra e
che sembrava si divertissero a ritolare negli angoli più nascosti.
-
Non vuoi la ricevuta? – gli gridò dietro Zaccheo ridendo.
Contò
scrupolosamente le monete sul tavolo e poi quelle che il servo aveva
recuperato.
Venti
sicli esatti. Sembrava se lo aspettasse.
Rimise
le monete nella borsa e tornò nella sua stanza.
Aprì
un forziere con una grossa chiave che teneva nella cintura e
contemplò i sacchetti di denaro allineati con cura.
Vendetta.
Sua
madre era morta quando aveva appena compiuto dodici anni, come se
anche lei avesse voluto abbandonarlo all’inizio della maggiore età,
quando ormai non poteva più proteggerlo.
Suo
padre non l’aveva mai amato. Lo trattava poco meglio di un garzone
nonostante avesse dimostrato più volte che negli affari ci sapeva
fare.
Quando
un giorno suo padre morì di crepacuore (forse erano state tutte le
maledizioni dei debitori) Zaccheo, ancora ventenne, aveva ereditato
il più grosso commercio di porpora a nord del mare di Araba.
Poi
un giorno aveva sentito dire che i romani cercavano un appaltatore
per le imposte per tutta la zona di Gerico. Era un affare importante
perché dal centro doganale di Gerico passava tutto il traffico
commerciale con la Perea, l’Arabia e oltre ancora.
Aveva
venduto tutto e si era lanciato nella nuova attività.
Ma
non l’aveva fatto per i soldi. Certo anche per quelli, ma
sopratutto per il potere.
Sapeva
che scegliendo di collaborare con gli odiati romani si sarebbe
attirato l’odio del suo popolo, ma ormai più di così...
Dio
lo aveva tradito facendolo venire al mondo con quell’aspetto
ridicolo. E poi portandogli via sua madre. Che gliene importava
ormai della sua legge?
Con
gli abitanti di Gerico, poi, aveva un conto in sospeso da anni. E gli
interessi ormai erano diventati enormi.
E
li avrebbero pagati fino all’ultimo spicciolo.
Vendetta.
Richiuse
il forziere con colpo violento, ma nell’alzarsi sentì arrivare un
altro attacco di asma.
Si
sedette allora sul forziere slacciandosi un po’ la veste, cercando
di respirare più profondamente possibile.
L’attacco
lentamente passò.
Si
alzo ancora un po’ spossato e pensò di chiamare il servo e farsi
portare un po’ di vino, ma nell’uscire dalla stanza udì un
rumore di folla provenire dalla strada.
Chiese
al servo spiegazioni, ma questi non sapeva nulla.
Allora
salì sulla terrazza. Il rumore veniva da oltre un gruppo di case,
nascosto alla sua vista.
Scese
in strada.
Il
clamore cresceva, ma non sembrava un tumulto. Ogni tanto si udivano
grida più distinte di entusiasmo, applausi e cori e risa.
Vide
un ragazzo che veniva nella sua direzione e gli chiese se ci fosse
per caso un tumulto.
- No
– rispose il ragazzo. – E’ il rabbi di Nazareth che sta
arrivando!
- Il
rabbi di Nazareth? Quello che fa i miracoli?
- Si.
Corro avanti e vedo se riesco a portare mia madre almeno sulla
soglia di casa. E’ da tanto che lo vuole vedere. Magari la
guarisce.
Il
ragazzo scappò via.
Il
rabbi di Nazareth... Dicono che ha un aspetto imponente, quasi un
gigante.
Zaccheo
fu sopraffatto dalla curiosità.
Chissà
se è davvero così alto? Che ci viene a fare a Gerico?
Si
rese subito conto che con quella folla e la statura che si ritrovava
avrebbe visto ben poco. Pensò allora di tornare casa e di appostarsi
sulla terrazza, ma lo avrebbero sicuramente notato e per quel giorno
non aveva voglia di altre maledizioni.
Dall’altra
parte della strada c’era un bel sicomoro frondoso. Pensò così di
arrampicarsi lassù e nascondersi fra le foglie. Vide che l’albero
aveva alcuni rami bassi che gli avrebbero facilitato la salita e
corse verso l’albero per salirvi prima dell’arrivo della gente.
L’arrampicata
non fu così facile come aveva pensato. Non aveva più l’età per
quelle cose e la vita di mollezze che aveva condotto non lo stava
certo facilitando.
Mentre
tentava quella goffa scalata due passanti lo riconobbero:
- Ehi,
Zaccheo! Stai cercando un ramo per impiccarti? Se vuoi ti diamo una
mano!
E si allontanarono sghignazzando.
Ridete, ridete. Vi ho visto.
Dovrete anche voi pagare le tasse.
Sbuffando e graffiandosi mani e
ginocchia riuscì a salire a metà altezza e lì, nascosto fra le
fronde, si dispose ad attendere l’arrivo del famoso rabbi.
Da dietro una svolta sbucarono le
prime persone, poi una folla sempre più grande di uomini, donne,
bambini di tutte le condizioni sociali, uomini ben vestiti e
pezzenti.
Un po’ in disparte, rasentando gli
edifici, come per non contaminarsi con gli impuri c’era anche un
gruppo di farisei, impaludati nei loro abiti pieni di frange e
filatteri.
Nel centro, appena un po’ meno
oppresso dalla calca grazie a un gruppo di uomini robusti che gli
facevano largo a forza di gomitate, avanzava un uomo.
Aveva una veste bianca sotto un
mantello blu scuro.
Non è poi così alto come dicono.
Stupido Zaccheo, che cosa ti è saltato in testa di salire fin
quassù? E adesso dovrò stare appollaiato quassù come un corvo
finché non se ne sono andati tutti prima di poter scendere...
Studiò meglio quell’uomo. Era un
po’ più alto degli altri, d’accordo, ma non più di tanto. Ma
soprattutto colpivano i modi semplici, familiari, con cui trattava la
gente.
Vedeva come accarezzava un bambino che
gli capitava tra i piedi, come toccava la spalla di un mendicante o
diceva una parola a una donna che gli si parava davanti per
chiedergli chissà cosa.
Quando il corteo giunse sotto il
sicomoro l’uomo si fermò. Alzò lo sguardo e gridò:
- Zaccheo,
scendi. Questa sera verrò a cena a casa tua.
Allora
anche tutti gli altri si accorsero dell’esattore appollaiato sul
sicomoro.
Qualcuno
sghignazzava, qualcun’altro avrebbe voluto prenderlo a sassate, ma
nessuno in realtà fece niente. Anzi, a poco a poco il clamore si
calmò.
Zaccheo
fissò quell’uomo senza una parola.
Quel
sorriso!
Lo
stesso di mia madre.
Per
poco non perse la presa rischiando di finire su quelle teste che lo
fissavano con ben poca simpatia.
Poi
l’uomo si rimise in cammino. Zaccheo notò che all’uomo si era
avvicinato uno dei suoi per parlargli all’orecchio tendendo il
braccio verso il gruppo dei farisei che si era raccolto in un
androne.
Aspettò
che la folla passasse e poi, con precauzione, scese a terra e corse
subito dal servo.
Quella
sera la casa era illuminata a festa. Lampade e lanterne dappertutto.
Dall’interno
si sentiva musica di flauti, timpani e cembali. Molti invitati erano
già arrivati, altri stavano arrivando alla spicciolata. Tutti erano
sorpresi da quell’invito, ma non potevano rifiutare: quasi tutta
Gerico gli doveva dei soldi.
C’erano
commercianti, altri pubblicani, ufficiali romani e mercanti greci.
C’erano
anche delle donne, un po’ in disparte e che cercavano di coprirsi
il più possibile con mantelli e veli per passare inosservate, ma gli
anelli e i bracciali ai polsi e alle caviglie lasciavano ben pochi
dubbi sulla loro identità e il loro mestiere.
Il
gruppo di farisei era appostato presso la porta esterna un po’
discosto dal muto, bene attento a non toccare nulla e nessuno.
Stavano
in silenzio o mormoravano fra loro brevi parole, come i cacciatori
che prendono gli ultimi accordi mentre aspettano la preda al varco.
Sulla
soglia stava Zaccheo e accoglieva tutti con un sorriso che nessuno
gli aveva mai visto.
Sorrideva,
ma dentro di lui l’ansia cresceva.
Verrà?
Si sarà preso gioco di me?
Ma
finalmente il rabbi di Nazareth venne.
Era
attorniato dal gruppo dei suoi discepoli che, però, sulla soglia
della casa si mostrarono piuttosto a disagio e qualcuno di loro fece
notare al maestro i farisei.
E
infatti, proprio mentre il maestro stava per entrare, uno di loro lo
apostrofò:
- Maestro,
lo sai di chi è la casa in cui stai per entrare? Un peccatore
pubblico! Noi lo diciamo per te. Non conviene al buon nome del tuo
insegnamento frequentare questa gente. Così facendo, con il tuo
comportamento contraddici il tuo insegnamento!
- Il
mio insegnamento? – rispose il maestro. - Chi di voi lo conosce
veramente? Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i
malati. Se siete sani o malati giudicatelo voi, ma non impedite a me
di portare conforto a un cuore che soffre da troppi anni.
Poi
disse ai suoi discepoli che se non se la sentivano potevano andare a
casa e li avrebbe raggiunti poi. Ma, naturalmente, nessuno di loro a
quel punto se la sentì di andarsene. Solo uno borbottò una scusa e
si allontanò, subito seguito da uno dei farisei.
Poi
tutti entrarono e la musica crebbe e le grida di gioia risuonarono.
Forse
il maestro e i suoi discepoli non erano abituati a quel tipo di gente
e a quei modi, ma non lo diede a vedere.
Zaccheo
fece sedere il maestro al posto d’onore del lungo tavolo della sala
delle feste.
Non
lo perdeva di vista per un attimo mentre il maestro si fermava a dire
una parola o a dare una carezza.
Non
si poteva saziare di quel sorriso.
Infine
tutti furono al loro posto e poco a poco si fece una silenzio
imbarazzato. Tutti si aspettavano di iniziare le solite gozzoviglie,
ma sulla tavola c’era per il momento solo il pane e le vivande e il
vino non erano ancora state portate in tavola.
Il
maestro era seduto al centro della tavola e tutt’intorno i suoi
discepoli e gli invitati.
In
piedi davanti a lui al centro della stanza stava Zaccheo, che fissava
quel sorriso e sembrava non vedesse altro.
Poi
improvvisamente si gettò in ginocchio:
- Signore,
tu poco fa sulla porta hai letto il mio cuore meglio di chiunque
altro. Perciò amici tutti ascoltate. Io do la metà dei miei beni
ai poveri e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto!
Dagli
invitati salì un mormorio. Chi commentava con il vicino questo
strano cambiamento, chi faceva i conti dei soldi che avrebbe
risparmiato, qualcun’altro, che mostrava di saperla lunga sul rabbi
di Nazareth, raccontava dandosi arie di bene informato altri episodi
clamorosi del maestro, qualche donna piangeva in silenzio e studiava
il modo di avvicinarlo senza farsi vedere e senza dare scandalo.
Poi
su tutto quel brusio si levò la voce del maestro:
- Oggi
la salvezza è entrata in questa casa, perché anche tu sei figlio
di Abramo e il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare
ciò che era perduto.
Poi
prese un pane e lo spezzo in due. Ne mangiò un boccone e diede
l’altre metà a Zaccheo.
Mai
pietanza di re fu per Zaccheo più saporita di quel pezzo di pane.
Infine
il maestro si alzò, augurò la pace a Zaccheo e alla sua casa e
seguito dai discepoli.
***
- E’
arrivato il carro per caricare il tavolo, padrone- Potete caricare.
Zaccheo
uscì dalla sala e salì sul terrazzo. Vide i tetti Gerico e il cielo
azzurro che cominciava a tingersi del rosso del tramonto.
Dall’altra
parte della strada il sicomoro stormiva alla brezza dell’imbrunire.
Lo
guardò con tenerezza e fece finalmente un bel respiro lungo e
profondo.
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