martedì 17 aprile 2012

Paralleli


Il Consiglio di Amministrazione era stato piuttosto tormentato. L’azienda era in crisi da tempo e Francesco Bergalli, Presidente della Bergalli Industrie Spa, doveva decidere se licenziare quattrocento dipendenti subito o tra quattro mesi.
Era la prima volta che si trovava in questo frangente. L’azienda ereditata dal padre era andata sempre a gonfie vele fino a due anni prima. Poi la concorrenza cinese aveva cominciato a martellare il mercato senza pietà, facendo crollare i prezzi e riducendo i guadagni al lumicino.
Però non se la sentiva ancora di prendere quella decisione. Ricordava suo padre, partito da semplice artigiano, che anno dopo anno aveva costruito quell’impresa, dando lavoro a centinaia di famiglie, creando in indotto che aveva trasformato radicalmente il volto della valle umbra dove fino a pochi anni prima le uniche risorse erano le pecore, le rimesse degli emigrati e i sussidi sociali.
Aveva ottenuto un rinvio al giorno dopo, ma la decisione andava presa.
Se ne tornò a casa con il cuore oppresso. Forse avrebbe dovuto davvero piantare tutto, vendere l’azienda e lasciare che se la sbrigasse qualcun altro. Il mondo era diventato troppo difficile, il gioco troppo duro. Chissà come se la sarebbe cavata suo padre. Era stato lui il vero imprenditore. Francesco aveva cercato solo di conservare l’eredità paterna. Ma ormai il vecchio era morto e ora, che avrebbe avuto così tanto bisogno di lui, si sentiva solo.
Erano ormai le nove e mezza di sera quando rincasò. La villetta sul lago in cui viveva solo, lo accolse con il suo freddo benvenuto, buia e triste. Una casa troppo grande per un uomo solo.
Andò direttamente in camera, buttò a terra la giacca, si allentò la cravatta e si gettò sul letto. Passò un’ora nella più totale immobilità fissando il soffitto, mentre sentiva un senso di oppressione crescergli nel cuore.
Basta, voleva finirla con tutto quello stress, le continue preoccupazioni, decisioni da prendere… un ritmo concitato, sempre più incalzante, sempre più frenetico. E così tutti giorni.
Voleva andarsene, farla finita.
Lo sguardo gli cadde su un poster appeso alla parete di fianco. L’aveva conservato da quando era ragazzino: Aragorn, l’eroe del romanzo Il Signore degli Anelli di Tolkien, che combatteva furiosamente, solo contro uno stuolo di orchi.
Chissà come sarebbe stato bello essere come lui: un eroe che con le sue sole forze combatte e sconfigge il male.
Lentamente la tensione si rilassò e il sonno giunse d’improvviso.

***

Harghan si svegliò di soprassalto. Era ancora notte, ma già si intravedeva all’orizzonte un tenue chiarore. La terza luna di Murgh stava tramontando.
L’alba è vicina, pensò. Un’altra giornata di guerra.
Quanti anni erano passati? Ormai quasi non li ricordava.
Praticamente da quando era nato non ricordava un solo anno un cui non ci fossero stati combattimenti. Mai lui e i suoi erano stati veramente al sicuro.
Si grattò le cosce e si alzò stancamente sbadigliando.
La schiava gli venne incontro all’uscita dell’alloggio con una tazza di valgh. Il liquido biancastro era caldo e dolciastro. Harghan lo bevve d’un fiato, poi porse la tazza alla schiava con un cenno di ringraziamento. La schiava gli rispose con un sorriso timido, abbassò lo sguardo e si allontanò velocemente.
Fissò al fianco la spada e si mise in spalla la balestra. Riempì il tascapane di dardi esplosivi e si avviò sugli spalti.
Al suo arrivo le guardie scattarono sull’attenti, ma lui non si fermò.
Giunto al posto di osservazione gli andò incontro il capo guardia del turno di notte.
- Serata tranquilla? – gli chiese
- Più o meno. Non ci sono stati attacchi, ma i Guntch aspettano il mattino per attaccare. E questa volta credo che sarà dura.
- I lavori alle fortificazioni sono finiti?
- Abbiamo lavorato tutta la notte. Meglio di così non possiamo fare.
- Speriamo che basti.
Guardò oltre gli spalti. Il primo sole si stava levando e presto sarebbe sorto il secondo. Ai piedi della montagna, ai margini della pianura, si vedeva una massa nereggiante. Non era l’ombra della montagna non ancora illuminata da sole a rendere quella massa informe imperscrutabile. Quella massa scura era la coltre mimetica stesa dai Guntch per impedire al nemico di intuire le loro intenzioni.
Poi, improvvisamente, mentre ancora Harghan osservava il nemico, i Guntch attaccarono. Un’ondata nera e violenta si abbatté contro le fortificazioni. I proiettili crepitarono contro le murate, mentre le torri di assedio si avvicinavano sempre di più. Alcune furono abbattute dalle potenti catapulte che da dietro le mura della fortezza scagliavano grappoli di palle incatenate esplosive, ma erano troppe. E quando giunsero a contatto delle mura, vennero gettati i ponti levatoi e una fiumana di repellenti mostri, che sembravano umanoidi solo perché l’armatura che indossavano era quella dei nemici uccisi, e che portavano come trofeo, si riversò nella fortezza.
Ma la resistenza fu accanita e sulla mischia emergeva l’alta figura di Harghan che mulinava la sua spada in mezzo al fuoco nemico, che tranciava tentacoli, faceva esplodere crani e sembrava invulnerabile.
Il sole stava ormai tramontando quando i Guntch, consapevoli che neanche quella volta avrebbero oltrepassato le mura, si ritirarono, timorosi di ritrovarsi al buio in campo nemico, in terra non consacrata, dove gli dei non li avrebbero mai trovati.
Harghan diede una mano a impilare e bruciare i cadaveri puzzolenti dei nemici, poi ritornò al suo alloggio, reggendosi in piedi a malapena per la stanchezza. Anche quel giorno il grande Adai era stato misericordioso con lui.
Non aveva neanche una ferita, ma aveva una fame terribile.
Dalla mattina aveva bevuto solo una tazza di valgh caldo e seduto al bancone divorò da solo un intero daivalgh e bevve quattro boccali colmi di valgh gelato prima di sentirsi sufficientemente ristorato da tornare a essere il gentile nobile che era e salutasse i commensali.
Scambiò qualche parola con il vicino, un allevatore di cui non ricordava il nome, poi si allontanò per pisciare e andare a dormire.
Era stanco di quella vita.
Si abbandonò vestito sulle pellicce che ricoprivano il pavimento e prima di addormentarsi pensò a come sarebbe stato bello un mondo in pace. O forse era soltanto lui che non voleva più combattere? Era diventato un vigliacco? No, non poteva dirlo, però nessuno poteva impedirgli di fantasticare su come sarebbe stato bello se invece che il guerriero avesse potuto fare il poeta.
Il sonno lo colse all’improvviso.

***

Andohool ritornò alla coscienza al primo sorgere del sole.
Aprì gli occhi e levitò un poco, così da poter contemplare l’orizzonte e le cime innevate.
Ringraziò Daigaal di avergli donato quel nuovo giorno e si mosse lungo il pendio scendendo verso la pianura.
Giunto nella città contemplò le grandi costruzioni che si stagliavano contro il cielo e restò affascinato dalla potenza della sua razza, dalla bellezza che sapeva creare, dalla capacità di saper trarre cose belle dalla materia informe.
E dal suo cuore sbocciò un canto, un’ode alla bellezza e alla grandezza di Daigaal che aveva dato a lui e al suo popolo il dono di creare.
All’udire quel canto i costruttori si fermarono. A centinaia si raccolsero attorno a lui e ascoltando rapiti levitavano volteggiando nell’aria.
E quando il canto cessò tornarono alla loro opera riprendendo il lavoro con un’alacrità che pareva decuplicata.
Andohool proseguì, inseguito dagli sguardi dei costruttori, ma non era contento.
Perché non poteva creare anche lui come loro? Perché solo a lui era negato il dono di poter manipolare l’informe materia per farne opere degne di Daigaal? Perché Daigaal lo aveva privato dalla nascita degli arti manipolatori?
Vagò per la città per tutto il giorno finché quando il sole cominciò a scendere verso l’orizzonte si avviò verso la collina.
Era stanco di cantare. Levitò lentamente verso la cima e giunto là si sdraiò sull’erba rosa in attesa del sonno, desiderando con tutte le sue forze di essere un altro.
Avrebbe voluto tanto essere un costruttore, un creatore di cose. Avrebbe tanto voluto realizzare un’opera, un’impresa nella quale avrebbero potuto trovare soddisfazione lui e altre centinaia di costruttori. Una grande impresa in onore e gloria di Daigaal.

***

Francesco Bergalli si svegliò di soprassalto. Era ancora vestito, steso di traverso sul letto.
Il sogno era ancora vivido nella sua mente.
Aveva sognato di essere un grande guerriero, che giorno dopo giorno combatteva per il suo popolo per difenderlo da un’oscura minaccia continuamente in agguato.
Aveva sognato che mentre ritornava al suo letto era passato davanti a un campo coltivato e al bordo del campo aveva notato che erano state creare delle piccole aiuole piene di fiori bianchi e azzurri.
Poi da un gruppo di bambini che giocava lì vicino si era staccata una bambina, dai vestiti ridotti a poco più che stracci e il musetto sporco, ma gli occhi dolcissimi. La bambina gli si era avvicinata e lo aveva guardato da sotto in su per un bel po’, poi si era chinata e aveva raccolto un fiorellino e glielo avevo offerto.
- Grazie – gli aveva detto, mentre tentava di allungarsi il più possibile verso la sua alta figura con il fiore che quasi scompariva nella piccola mano.
- Di che cosa?
- Mamma dice che quando vediamo voi guerrieri dobbiamo sempre ringraziare perché finché ci siete voi noi possiamo continuare a giocare.
Poi era corsa via.
Che strano sogno, pensò.
Però ora dentro di sé sentiva come un’energia nuova. Come una rinnovata voglia di combattere. Non era possibile che le Industrie Bergalli soccombessero così facilmente. Che cosa avrebbe detto suo padre? E i bambini delle valle avrebbero potuto continuare a giocare sereni, sradicati dal loro ambiente, se i loro genitori fossero stati costretti a portarli con sé nelle città del Nord alla ricerca di un altro lavoro?
Mentre si rivestiva lo sguardo gli cadde su una delle ultime lettere che gli aveva scritto suo padre. La ricordava a memoria. Gli attestava la più grande fiducia in lui e la certezza che avrebbe condotto l’impresa verso traguardi di prosperità sempre maggiori.
Ripose la lettera nel cassetto.
Avrebbe combattuto.

***

Harghan si destò stranamente riposato, come non gli era accaduto da anni. Nella sua mente era ancora vivido il sogno appena fatto.
Aveva sognato di essere un poeta. Un poeta che viveva in uno strano mondo, un mondo dove tutto era bello. E la bellezza stessa era l’energia con cui le cose funzionavano.
Aveva sognato che lui, con il suo canto, era capace di infondere nuove idee e semi di nuovi progetti in coloro che costruivano e che questi lo ammiravano per il suo talento.
Lui non poteva costruire come loro perché non aveva arti, ma aveva il talento per ispirare le altre menti.
Che strano sogno, pensò.
Eppure ora i dubbi e la stanchezza che lo avevano assalito la sera prima erano scomparsi.
Nel voltare la testa il suo sguardo cadde sul piccolo fiore azzurro che la bambina gli aveva donato.
Si alzò e si drizzò in tutta l’imponenza della sua statura.
Quel giorno avrebbero dato ai Guntch una lezione che avrebbero ricordato per un pezzo.

***

Andohool salutò il nuovo sole. Poi fissò lo sguardo perplesso nel vuoto.
Che strano sogno, pensò.
Aveva sognato di essere un costruttore di uno strano mondo, che stava realizzando una grande opera che, però, stava per crollare e questo avrebbe portato dolore a tante persone.
Era quasi deciso a lasciare perdere tutto quando gli era apparso suo padre, colui che lo aveva generato.
Suo padre gli aveva detto che non poteva permettersi di abbandonare l’opera, che da lui dipendevano tante famiglie e che lui aveva il talento per condurre l’impresa fuori dai guai. Il suo talento, proseguiva il padre, non gli era stato dato per nulla e non era una cosa che riguardava solo lui. Lui aveva una responsabilità e doveva reggerla fino in fondo.
Allora Andohool comprese, forse per la prima volta, quanto il suo canto fosse importante. Non solo per lui, ma soprattutto per tutti i costruttori della città.
Non si era mai reso conto di quanto il suo canto fosse loro utile per trarre ispirazione per l’opera che ognuno stava costruendo.
E si sentì rasserenato.
Lentamente levitò verso la città, mentre un nuovo canto gli nasceva in cuore.

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