Il Consiglio di
Amministrazione era stato piuttosto tormentato. L’azienda era in
crisi da tempo e Francesco Bergalli, Presidente della Bergalli
Industrie Spa, doveva decidere se licenziare quattrocento dipendenti
subito o tra quattro mesi.
Era la prima volta che si
trovava in questo frangente. L’azienda ereditata dal padre era
andata sempre a gonfie vele fino a due anni prima. Poi la concorrenza
cinese aveva cominciato a martellare il mercato senza pietà, facendo
crollare i prezzi e riducendo i guadagni al lumicino.
Però non se la sentiva
ancora di prendere quella decisione. Ricordava suo padre, partito da
semplice artigiano, che anno dopo anno aveva costruito quell’impresa,
dando lavoro a centinaia di famiglie, creando in indotto che aveva
trasformato radicalmente il volto della valle umbra dove fino a pochi
anni prima le uniche risorse erano le pecore, le rimesse degli
emigrati e i sussidi sociali.
Aveva ottenuto un rinvio
al giorno dopo, ma la decisione andava presa.
Se ne tornò a casa con
il cuore oppresso. Forse avrebbe dovuto davvero piantare tutto,
vendere l’azienda e lasciare che se la sbrigasse qualcun altro. Il
mondo era diventato troppo difficile, il gioco troppo duro. Chissà
come se la sarebbe cavata suo padre. Era stato lui il vero
imprenditore. Francesco aveva cercato solo di conservare l’eredità
paterna. Ma ormai il vecchio era morto e ora, che avrebbe avuto così
tanto bisogno di lui, si sentiva solo.
Erano ormai le nove e
mezza di sera quando rincasò. La villetta sul lago in cui viveva
solo, lo accolse con il suo freddo benvenuto, buia e triste. Una casa
troppo grande per un uomo solo.
Andò direttamente in
camera, buttò a terra la giacca, si allentò la cravatta e si gettò
sul letto. Passò un’ora nella più totale immobilità fissando il
soffitto, mentre sentiva un senso di oppressione crescergli nel
cuore.
Basta, voleva finirla con
tutto quello stress, le continue preoccupazioni, decisioni da
prendere… un ritmo concitato, sempre più incalzante, sempre più
frenetico. E così tutti giorni.
Voleva andarsene, farla
finita.
Lo
sguardo gli cadde su un poster appeso alla parete di fianco. L’aveva
conservato da quando era ragazzino: Aragorn, l’eroe del romanzo
Il Signore degli Anelli di
Tolkien, che combatteva furiosamente, solo contro uno stuolo di
orchi.
Chissà come sarebbe
stato bello essere come lui: un eroe che con le sue sole forze
combatte e sconfigge il male.
Lentamente la tensione si
rilassò e il sonno giunse d’improvviso.
***
Harghan si svegliò di
soprassalto. Era ancora notte, ma già si intravedeva all’orizzonte
un tenue chiarore. La terza luna di Murgh stava tramontando.
L’alba
è vicina, pensò. Un’altra
giornata di guerra.
Quanti anni erano
passati? Ormai quasi non li ricordava.
Praticamente da quando
era nato non ricordava un solo anno un cui non ci fossero stati
combattimenti. Mai lui e i suoi erano stati veramente al sicuro.
Si grattò le cosce e si
alzò stancamente sbadigliando.
La schiava gli venne
incontro all’uscita dell’alloggio con una tazza di valgh. Il
liquido biancastro era caldo e dolciastro. Harghan lo bevve d’un
fiato, poi porse la tazza alla schiava con un cenno di
ringraziamento. La schiava gli rispose con un sorriso timido, abbassò
lo sguardo e si allontanò velocemente.
Fissò al fianco la spada
e si mise in spalla la balestra. Riempì il tascapane di dardi
esplosivi e si avviò sugli spalti.
Al suo arrivo le guardie
scattarono sull’attenti, ma lui non si fermò.
Giunto al posto di
osservazione gli andò incontro il capo guardia del turno di notte.
- Serata
tranquilla? – gli chiese
- Più
o meno. Non ci sono stati attacchi, ma i Guntch aspettano il mattino
per attaccare. E questa volta credo che sarà dura.
- I
lavori alle fortificazioni sono finiti?
- Abbiamo
lavorato tutta la notte. Meglio di così non possiamo fare.
- Speriamo
che basti.
Guardò
oltre gli spalti. Il primo sole si stava levando e presto sarebbe
sorto il secondo. Ai piedi della montagna, ai margini della pianura,
si vedeva una massa nereggiante. Non era l’ombra della montagna non
ancora illuminata da sole a rendere quella massa informe
imperscrutabile. Quella massa scura era la coltre mimetica stesa dai
Guntch per impedire al nemico di intuire le loro intenzioni.
Poi, improvvisamente,
mentre ancora Harghan osservava il nemico, i Guntch attaccarono.
Un’ondata nera e violenta si abbatté contro le fortificazioni. I
proiettili crepitarono contro le murate, mentre le torri di assedio
si avvicinavano sempre di più. Alcune furono abbattute dalle potenti
catapulte che da dietro le mura della fortezza scagliavano grappoli
di palle incatenate esplosive, ma erano troppe. E quando giunsero a
contatto delle mura, vennero gettati i ponti levatoi e una fiumana di
repellenti mostri, che sembravano umanoidi solo perché l’armatura
che indossavano era quella dei nemici uccisi, e che portavano come
trofeo, si riversò nella fortezza.
Ma la resistenza fu
accanita e sulla mischia emergeva l’alta figura di Harghan che
mulinava la sua spada in mezzo al fuoco nemico, che tranciava
tentacoli, faceva esplodere crani e sembrava invulnerabile.
Il sole stava ormai
tramontando quando i Guntch, consapevoli che neanche quella volta
avrebbero oltrepassato le mura, si ritirarono, timorosi di ritrovarsi
al buio in campo nemico, in terra non consacrata, dove gli dei non li
avrebbero mai trovati.
Harghan diede una mano a
impilare e bruciare i cadaveri puzzolenti dei nemici, poi ritornò al
suo alloggio, reggendosi in piedi a malapena per la stanchezza. Anche
quel giorno il grande Adai era stato misericordioso con lui.
Non aveva neanche una
ferita, ma aveva una fame terribile.
Dalla mattina aveva
bevuto solo una tazza di valgh caldo e seduto al bancone divorò da
solo un intero daivalgh e bevve quattro boccali colmi di valgh gelato
prima di sentirsi sufficientemente ristorato da tornare a essere il
gentile nobile che era e salutasse i commensali.
Scambiò qualche parola
con il vicino, un allevatore di cui non ricordava il nome, poi si
allontanò per pisciare e andare a dormire.
Era stanco di quella
vita.
Si abbandonò vestito
sulle pellicce che ricoprivano il pavimento e prima di addormentarsi
pensò a come sarebbe stato bello un mondo in pace. O forse era
soltanto lui che non voleva più combattere? Era diventato un
vigliacco? No, non poteva dirlo, però nessuno poteva impedirgli di
fantasticare su come sarebbe stato bello se invece che il guerriero
avesse potuto fare il poeta.
Il sonno lo colse
all’improvviso.
***
Andohool ritornò alla
coscienza al primo sorgere del sole.
Aprì gli occhi e levitò
un poco, così da poter contemplare l’orizzonte e le cime innevate.
Ringraziò Daigaal di
avergli donato quel nuovo giorno e si mosse lungo il pendio scendendo
verso la pianura.
Giunto nella città
contemplò le grandi costruzioni che si stagliavano contro il cielo e
restò affascinato dalla potenza della sua razza, dalla bellezza che
sapeva creare, dalla capacità di saper trarre cose belle dalla
materia informe.
E dal suo cuore sbocciò
un canto, un’ode alla bellezza e alla grandezza di Daigaal che
aveva dato a lui e al suo popolo il dono di creare.
All’udire quel canto i
costruttori si fermarono. A centinaia si raccolsero attorno a lui e
ascoltando rapiti levitavano volteggiando nell’aria.
E quando il canto cessò
tornarono alla loro opera riprendendo il lavoro con un’alacrità
che pareva decuplicata.
Andohool proseguì,
inseguito dagli sguardi dei costruttori, ma non era contento.
Perché non poteva creare
anche lui come loro? Perché solo a lui era negato il dono di poter
manipolare l’informe materia per farne opere degne di Daigaal?
Perché Daigaal lo aveva privato dalla nascita degli arti
manipolatori?
Vagò per la città per
tutto il giorno finché quando il sole cominciò a scendere verso
l’orizzonte si avviò verso la collina.
Era stanco di cantare.
Levitò lentamente verso la cima e giunto là si sdraiò sull’erba
rosa in attesa del sonno, desiderando con tutte le sue forze di
essere un altro.
Avrebbe voluto tanto
essere un costruttore, un creatore di cose. Avrebbe tanto voluto
realizzare un’opera, un’impresa nella quale avrebbero potuto
trovare soddisfazione lui e altre centinaia di costruttori. Una
grande impresa in onore e gloria di Daigaal.
***
Francesco Bergalli si
svegliò di soprassalto. Era ancora vestito, steso di traverso sul
letto.
Il sogno era ancora
vivido nella sua mente.
Aveva sognato di essere
un grande guerriero, che giorno dopo giorno combatteva per il suo
popolo per difenderlo da un’oscura minaccia continuamente in
agguato.
Aveva sognato che mentre
ritornava al suo letto era passato davanti a un campo coltivato e al
bordo del campo aveva notato che erano state creare delle piccole
aiuole piene di fiori bianchi e azzurri.
Poi da un gruppo di
bambini che giocava lì vicino si era staccata una bambina, dai
vestiti ridotti a poco più che stracci e il musetto sporco, ma gli
occhi dolcissimi. La bambina gli si era avvicinata e lo aveva
guardato da sotto in su per un bel po’, poi si era chinata e aveva
raccolto un fiorellino e glielo avevo offerto.
- Grazie
– gli aveva detto, mentre tentava di allungarsi il più possibile
verso la sua alta figura con il fiore che quasi scompariva nella
piccola mano.
- Di
che cosa?
- Mamma
dice che quando vediamo voi guerrieri dobbiamo sempre ringraziare
perché finché ci siete voi noi possiamo continuare a giocare.
Poi era corsa via.
Che
strano sogno, pensò.
Però
ora dentro di sé sentiva come un’energia nuova. Come una rinnovata
voglia di combattere. Non era possibile che le Industrie Bergalli
soccombessero così facilmente. Che cosa avrebbe detto suo padre? E i
bambini delle valle avrebbero potuto continuare a giocare sereni,
sradicati dal loro ambiente, se i loro genitori fossero stati
costretti a portarli con sé nelle città del Nord alla ricerca di un
altro lavoro?
Mentre
si rivestiva lo sguardo gli cadde su una delle ultime lettere che gli
aveva scritto suo padre. La ricordava a memoria. Gli attestava la più
grande fiducia in lui e la certezza che avrebbe condotto l’impresa
verso traguardi di prosperità sempre maggiori.
Ripose
la lettera nel cassetto.
Avrebbe
combattuto.
***
Harghan si destò
stranamente riposato, come non gli era accaduto da anni. Nella sua
mente era ancora vivido il sogno appena fatto.
Aveva sognato di essere
un poeta. Un poeta che viveva in uno strano mondo, un mondo dove
tutto era bello. E la bellezza stessa era l’energia con cui le cose
funzionavano.
Aveva sognato che lui,
con il suo canto, era capace di infondere nuove idee e semi di nuovi
progetti in coloro che costruivano e che questi lo ammiravano per il
suo talento.
Lui non poteva costruire
come loro perché non aveva arti, ma aveva il talento per ispirare le
altre menti.
Che
strano sogno, pensò.
Eppure ora i dubbi e la
stanchezza che lo avevano assalito la sera prima erano scomparsi.
Nel voltare la testa il
suo sguardo cadde sul piccolo fiore azzurro che la bambina gli aveva
donato.
Si alzò e si drizzò in
tutta l’imponenza della sua statura.
Quel giorno avrebbero
dato ai Guntch una lezione che avrebbero ricordato per un pezzo.
***
Andohool salutò il nuovo
sole. Poi fissò lo sguardo perplesso nel vuoto.
Che
strano sogno, pensò.
Aveva
sognato di essere un costruttore di uno strano mondo, che stava
realizzando una grande opera che, però, stava per crollare e questo
avrebbe portato dolore a tante persone.
Era quasi deciso a
lasciare perdere tutto quando gli era apparso suo padre, colui che lo
aveva generato.
Suo padre gli aveva detto
che non poteva permettersi di abbandonare l’opera, che da lui
dipendevano tante famiglie e che lui aveva il talento per condurre
l’impresa fuori dai guai. Il suo talento, proseguiva il padre, non
gli era stato dato per nulla e non era una cosa che riguardava solo
lui. Lui aveva una responsabilità e doveva reggerla fino in fondo.
Allora Andohool comprese,
forse per la prima volta, quanto il suo canto fosse importante. Non
solo per lui, ma soprattutto per tutti i costruttori della città.
Non si era mai reso conto
di quanto il suo canto fosse loro utile per trarre ispirazione per
l’opera che ognuno stava costruendo.
E si sentì rasserenato.
Lentamente levitò verso
la città, mentre un nuovo canto gli nasceva in cuore.
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