martedì 17 aprile 2012

Mattino


Eravamo stanchi e sconfortati. La pesca non era andata bene. Ormai era quasi l’alba, l’orizzonte si stava schiarendo, e la nostra barca era già in secco. Lentamente cominciammo a riempire i canestri dei pochi pesci pescati.
L’altra barca non era ancora rientrata, ma non avrebbe tardato molto. La vedevo lontano da riva non più di un centinaio di metri. Nonostante per loro fosse andata ugualmente male li vedevo insistere nel gettare la rete un’ultima volta.
Perché poi? Ormai era passata l’ora e il poco pesce se ne era tornato sul fondo a dormire. E anche noi ne avevamo bisogno.
Non mi accorsi dell’uomo sulla riva, un attimo prima non c’era nessuno. Il tempo di abbassarmi, prendere il canestro ed eccolo lì che guardava verso la barca.
Non capivo bene chi fosse, la luce non era ancora buona, e poi aveva il capo coperto dal mantello. Però, non so perché, mi fermai a osservarlo.
- Figlioli, avete qualcosa da mangiare? – gridò a quelli della barca in mare.
Chissà perché si rivolgeva a loro e non a me. Se aveva fame, un pezzo di pane avrei potuto procurarglielo prima io di loro. Ma non dissi niente.
- No – risposero dalla barca. – Non ce n’è neanche per noi, ci spiace. – rispose uno dalla barca, il vocione mi pareva quello di Pietro.
- Gettate la rete dall’altra parte – rispose lo sconosciuto.
Che stupidaggine e questa?, pensai. Si era vista una cosa del genere? Ma da dove veniva quello straniero? Non sapeva che la rete dove la butti la butti, ma se non c’è pesce non viene su né da destra né da sinistra?
Ma la cosa che mi stupì ancora di più fu che quelli della barca, dopo un attimo di esitazione, raccolsero la rete appesa alla fiancata e la gettarono dall’altro lato.
Pensai che la stanchezza li avesse fatti sragionare, ma non avevo ancora finito il pensiero che vidi la barca agitarsi.
Subito vidi Pietro e Giovanni darsi da fare a fissare la rete perché stava scivolando via. Tommaso cercava di dare una mano come poteva, ma non era molto pratico.
Poi sentii un grido, forse era Giacomo, e la barca cominciò a ondeggiare ancora di più e venire strattonata dalla rete che sembra così piena di pesce da traboccare. Li vidi legare la rete alla barca e cominciare a remare verso la riva senza cercare di issarla. E facevano bene perché se ci avessero provato sarebbero affondati di sicuro.
Non sapevo cosa pensare. Rimasi sbalordito, con la cesta in mano senza sapere che fare.
Poi dalla barca qualcuno lanciò un’esclamazione che aprì gli occhi a tutti noi: - E’ il Signore!
Come avevamo fatto a non riconoscerlo?
Vidi uno che si gettava in acqua, mezzo nudo com’era, e venire a riva con potenti bracciate. Non poteva essere che Pietro. La barca procedeva lenta a causa del carico e mio fratello non poteva aspettare, è sempre stato così.
Lo sconosciuto si voltò verso di me: - Andrea, porta un po’ del pesce che hai lì. Prepariamo un fuoco intanto che arrivano gli altri. Con questa umidità saranno tutti infreddoliti e avranno fame.
Ero così felice che non gli domandai nulla. Non dissi nulla, ma mi detti da fare subito per ravvivare un fuocherello che languiva in un angolo.
Quando Pietro arrivò a riva, il fuoco scoppiettava allegro.
Il Maestro gli andò incontro, si tolse il mantello e glielo mise sulle spalle. Poi passandogli un braccio sulle spalle lo accompagno al fuoco.
Pietro non disse nemmeno una parola, ma lo guardava senza staccargli gli occhi di dosso. Neanche io dissi una parola. E che c’era da dire? Bastava guardarlo e ogni parola moriva sulle labbra.
Arrivarono gli altri e con fatica tirarono in secco la barca e la rete.
Era veramente una pesca straordinaria. Più tardi Tommaso aveva contato quei pesci, tanto per fissare bene nella memoria quel fatto straordinario: centocinquantatre, belli grossi.
Ci mettemmo in cerchio attorno al fuoco e ancora nessuno parlava. Allora il Maestro ruppe il silenzio: - Portate un po’ del pesce pescato.
Andai io a prendere un po’ di quel pesce del miracolo e lo misi sul fuoco.
Il Maestro ne prese uno e cominciò a dividerlo e a distribuirlo. E poi tirò fuori del pane da una bisaccia e fece la stessa cosa. Cominciò a mangiare anche lui e mentre mangiava guardava sorridendo in nostri volti ammutoliti come se dicesse “Non sono un fantasma”.
Poi a un certo punto fissò lo sguardo su Pietro, che intanto si era rivestito e mangiava in silenzio la sua porzione senza alzare gli occhi.
Lo fissò così intensamente che Pietro dovette sentire quello sguardo ed esitando guardò il Maestro.
- Simone di Giona, mi ami tu? - disse il Maestro.
Lo vidi impallidire, chissà come doveva sentirsi. Capivamo tutti che era come se gli chiedesse conto di quella vigliaccheria.
Ma Pietro era Pietro e riscuotendosi dallo stupore rispose d’impeto: - Si, Signore, tu lo sai che ti voglio bene.
- Pasci le mie pecorelle. – rispose il Maestro.
Pietro abbassò lo sguardo, come se si sentisse indegno di un tale compito, ma il Maestro lo incalzò nuovamente: - Simone di Giona, mi ami tu?
Pietro sembrò sorpreso da questa insistenza, ma rispose con più impeto, ma ugualmente con un po’ di esitazione nella voce, come se non si fidasse tanto di sé stesso. Però disse ugualmente: - Si, Signore. Io ti voglio bene, nonostante tutto.
Allora il Maestro gli disse nuovamente: - Pasci le mie pecorelle.
E Pietro ancora una volta si guardò intorno. Ci guardò uno per uno come implorandoci di dire qualcosa anche noi. Ma nessuno aveva il coraggio di parlare. E poi per dire che cosa? Pietro era sempre stato il nostro capo. Nessuno, come lui, aveva quella saggezza ruvida e pratica alla quale viene spontaneo affidarsi, come ad una roccia, un ormeggio sicuro.
Ma il Maestro continuava a fissarlo e ancora un volta gli chiese: - Simone di Giona, mi vuoi bene più di questi?
Allora Pietro rispose con il cuore in mano. Sembrava addolorato, come se pensasse che il Maestro non si fidasse di lui. E forse aveva ragione, ma di chi si sarebbe potuto fidare? Eppure era chiaro che il suo amore per il Maestro era totale, nessuno di noi lo dubitava. E allora di raddrizzò sporgendosi un poco in avanti, come se volesse buttarsi tra le sue braccia: - Signore, tu sai tutto. Tu sai che ti amo!
Il Maestro sorrideva e quel sorriso era come l’aurora che proprio in quel momento cominciava ad accendere i colori del mare, e la nebbia dei dubbi e l’ambiguità dell’ombra si dilegua.
- Pasci i miei agnelli. – rispose. – In verità ti dico: quando eri giovane ti cingevi e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vuoi.
Poi si alzò e gli disse: - Seguimi.
E si avviò verso la riva seguito da Pietro.
Noi seguimmo i due con lo sguardo, poi anche Giovanni si alzò e andò verso di loro. Vidi che Pietro diceva qualcosa al Maestro indicando Giovanni e che il Maestro gli rispondeva qualcosa, ma per la distanza e il rumore della risacca sentimmo solo le ultime parole: “... tu seguimi”.
Oggi, dopo quello che è accaduto, comprendiamo quelle parole: gli aveva preannunciato con quale morte avrebbe glorificato Dio.
E oggi queste parole si sono compiute.
Preghiamo, fratelli, perché possiamo dire anche noi, oggi, le stesse parole che disse mio fratello Pietro: “Signore, io non so come, ma se andiamo via di qui, dove andiamo? Tu solo hai parole di vita eterna. Perché Tu, Signore, lo sai, lo sai che ti amo”.

Nessun commento:

Posta un commento