Oh,
no! E adesso che faccio?
Il
cameriere mi fissava spazientito.
- Vuole ordinare,
signore?
- Oh, si. Mi
scusi. Un caffè e una brioche, grazie.
Tornai
a fissare la lettera.
Se
cercavo un modo per iniziare la giornata nel peggior modo possibile
l’avevo trovato.
Tanto
per cominciare, mi ero svegliato con il mal di testa. Era ancora
sopportabile, appena un leggero fastidio, ma sapevo che il bastardo
non mi avrebbe dato pace. Nel giro di poche ore sarebbe diventato
un’emicrania coi fiocchi. Non c’erano medicine che potessero
combatterlo, le avevo provate tutte.
Così
avevo telefonato in ufficio e informato la segretaria che non sarei
andato a lavorare (per fortuna non c’era lavoro urgente).
Mentre
uscivo per far colazione al bar avevo incontrato sul pianerottolo la
vecchia vicina dell’interno tre, che aveva traslocato lì da pochi
giorni, ma che tutte le volte che mi vedeva mi si attaccava addosso
come una mignatta e mi costringeva a inventare gli espedienti più
strani per liberarmene.
Era
una maniaca religiosa e quel giorno sembra va si fosse fissata con
gli angeli custodi: – Buon giorno dottore. Lei crede agli angeli
custodi? Io ci credo, sa? E sa perché? Perché li ho visti. Si
aggirano fra di noi e, se non siamo troppo occupati per guardare solo
noi stessi, li possiamo vedere. Sembrano persone normali, come tutti.
Anche ora, se scende in strada può darsi che ne incontri uno. Magari
le sembrerà solo una casalinga … o un postino … ma non si fidi.
Sono angeli custodi che girano tra noi per proteggerci …
Io
non sono particolarmente religioso. Per me uno può credere quello
che vuole. Però quella vecchia cominciava veramente a darmi sui
nervi. Anche quella mattina avevo cercato di scrollarmela di dosso il
più educatamente possibile, ma quel giorno era più insistente del
solito. Aveva preso a seguirmi sulle scale con i suoi passetti veloci
e quella vocetta acuta e troppo alta che che non faceva altro che
peggiorare il mio mal di testa e continuato a sproloquiare sui suoi
angeli custodi fin sul portone del condominio.
Fortunatamente,
mentre passavo davanti alla guardiola, il portiere aveva capito la
situazione e mi aveva salvato chiamandola con insistenza per farle
firmare una raccomandata.
Nell’uscire
mi ero imbattuto nel postino che stava proprio in quel momento
infilando la posta nelle caselle dei condomini e avevo ritirato
direttamente la mia con l’intenzione di leggerla mentre facevo
colazione.
E
ora mi trovavo lì, davanti a quella lettera non indirizzata a me,
che avevo aperto per errore.
Poco
male se si fosse trattato di una bolletta, ma quella era una lettera
personale, di quelle scritte a mano.
La
situazione sarebbe stata imbarazzante per chiunque, ma per me lo era
particolarmente perché il destinatario della lettera era il mio
vicino di casa.
Certe
antipatie nascono talvolta da cose così banali, particolari così
casuali che, se osservate dall’esterno, non ci si sa spiegare come
si possano essere nati odi tanto profondi e durevoli. Chiunque
vedesse capitare questa cosa al proprio vicino di casa penserebbe che
è pazzo … forse anche i miei vicini la pensano così? No, io non
sono pazzo … ma non ci posso fare niente
Sono
un tipo timido e schivo, d’accordo, ho già i miei problemi per
questo stupido carattere, ma se mi sento aggredito posso diventare
anche molto violento.
Io,
nel mio vicino, non potevo sopportare quel modo di guardarmi
dall’alto in basso, quel suo inclinare all’indietro la testa e
alzare il mento quando parlava come se disprezzasse per principio
chiunque, qualunque cosa dicesse.
Avevo
notato che teneva questo atteggiamento anche con altri e non capivo
perché non lo prendessero a schiaffi. Lo avrei fatto anch’io, se
avessi avuto un po’ più di coraggio. E invece sembrava che tutti
facessero finta di non accorgersene.
Su
di me, invece, aveva il potere di farmi imbestialire.
Non
potevo frenare la voglia di essere scortese, di ricacciargli in gola
tutta quella spocchia. Se gli piaceva farsi dei nemici, con me c’era
riuscito perfettamente.
Naturalmente
l’antipatia era reciproca e da anni la cosa andava avanti tra
dispetti e scortesie.
Il
problema della lettera era grave. Già mi vedevo pieno di imbarazzo a
balbettare confusamente qualche parola di scusa mentre quel “pezzo
di merda” mi strappava di mano la lettera con la migliore
espressione di disprezzo del repertorio e mi sbatteva la porta in
faccia.
Il
pensiero di sottopormi a quella umiliazione era intollerabile. Così
decisi che avrei fatto sparire la lettera. Dopotutto non è insolito
che le poste smarriscano le lettere.
Presa
la decisone mi sentii meglio e a quel punto, visto che era destinata
al cestino, pensai che non ci sarebbe stato nulla di male se le
avessi dato un’occhiata.
Era
una lettera di sua sorella, che gli scriveva da una località di
vacanza.
C’erano
alcune notizie sui parenti e sulle località visitate.
Poi
a un certo punto lessi la frase che mi lascio impietrito:
“ … mi spiace
molto che la tua artrite cervicale non ti permetta di fare lunghi
viaggi e che non possa trascorrere alcuni giorni con noi e con i tuoi
nipotini. Quel disturbo che quando stai in piedi ti costringe a
tenere la testa all’indietro deve essere proprio noioso. Dai sempre
l’impressione di guardare la gente dall’alto al basso … “
Non
riuscii a proseguire.
E
così quel tic che aveva il potere si mandarmi il sangue alla testa
era in realtà un disturbo fisico … E io avevo ingaggiato una
guerra fatta di sgarbi, scortesie e mille altre meschinità solo
sulla base di un presupposto completamente falso …
Mi
sentivo un verme.
Dopo
quanto avevo letto mi convinsi ancora di più che non avrei potuto
consegnarla.
Tornai
a casa pensieroso e all’ingresso mi venne incontro il portiere.
- Scusi, poco fa,
quando il postino le ha consegnato la posta, le ha per caso dato
qualche busta che non era sua?
- No, perché? –
mentii cercando di assumere l’espressione più ingenua possibile.
Se ne era già accorto?
- Perché già
almeno tre inquilini sono venuti a lamentasi di aver ricevuto della
posta non indirizzata a loro. Quel nuovo postino ha fatto una tale
confusione … Dico io: va bene che sono stagionali, ma almeno che
sappiano leggere, no?
- Ma quello non è
il solito postino?
- No, non l’ho
mai visto. Alle volte, sa, quando hanno qualcuno in malattia o in
ferie, mandano un sostituto, magari qualche extracomunitario che non
sa neanche l’italiano. Purtroppo ogni tanto succedono di questi
pasticci.
- Mi dispiace,
comunque la mia posta era in ordine, grazie.
Nel
salire le scale mi sentivo come un ladro che deve assolutamente
sbarazzarsi di una refurtiva scomoda.
Proprio
mentre passavo davanti all’appartamento del mio vicino, ormai quasi
certo di avercela fatta, e mentre già cercavo nelle tasche la mia
chiave, sentii lo scatto di una porta che si apriva dietro di me.
Trasalii
come se fossi stato colto con le mani nel sacco. Lo vidi che stava
uscendo e mentre si voltava per chiudere a chiave il portone mi gettò
una selle sue solite occhiate.
- Buon giorno –
dissi con il tono più gentile e disinvolto che riuscii a trovare e
del quali mi pentii subito perché mi resi subito conto di quanto
suonasse falso. Ma era troppo tardi, ormai l’avevo detto … forse
sentendomi in colpa cercavo inconsciamente di farmi perdonare.
Si
arrestò e mi fissò sorpreso.
- Buon giorno –
rispose. E notai che anche il suo tono sembrava imbarazzato. O era
una mia impressione?
Raggiunsi
la mia porta e gli voltai le spalle per non fargli vedere le mani
tremanti che cercavo gli inserire la chiave nella serratura. Appena
entrato in casa mi precipitai in bagno e gettai la lettera
appallottolata nel water, neanche fosse stata droga, imprecando un
bel po’ perché non voleva andare giù nello scarico.
Il
giorno dopo era Sabato e verso le nove uscii per fare due passi nel
parco.
Proprio
sotto il portone del condominio incontrai il mio vicino.
- Buon giorno –
mi disse con un tono così cordiale che mi lasciò di stucco. Poi si
fermo, come esitante se avvicinarsi a me o no.
- Buon giorno –
risposi anch’io un po’ imbarazzato.
Alla
fine superò la titubanza e si diresse verso di me: – Potrei
chiederle una cortesia?
Una
cortesia a me? Se fosse successo solo due giorni fa … non riesco
neanche a immaginare con quale gusto perverso lo avrei mandato a
“farsi sfottere”. Ma dopo il fatto del giorno prima mi sorpresi a
rispondergli un po’ timidamente: – Ma certo. Dica pure.
- Ho saputo che
lei è un esperto alpinista. Il mese prossimo vorrei andare per un
po’ in montagna con la famiglia di mio fratello. Mi potrebbe
consigliare qualche itinerario interessante dalle parti della Val
Badia?
- Ma certamente! –
Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Ero io quello che parlava?
Vuoi vedere ora che abbiamo anche degli interessi in comune?
Stabilimmo
di vederci nel pomeriggio e gli promisi di portare con me alcune
cartine e qualche guida per le vie ferrate delle Dolomiti.
Quel
giorno scoprii che di interessi in comune ce n’erano anche altri:
la pesca sportiva, i film di Hitchcock e l’Inter.
E
così, giorno dopo giorno, da quel semplice atto di cortesia nacque
una strana e del tutto imprevista amicizia.
Due
mesi dopo mi trovavo a casa sua. Mi aveva invitato per mostrarmi le
foto delle sue ultime escursioni in montagna. A un certo punto si
alzò per andare in cucina a prendere da bere. Mentre attendevo mi
alzai anch’io per sgranchirmi un po’ le gambe. Vagai con lo
sguardo tra i titoli dei libri ammucchiati in disordine su due
scaffali che occupavano una intera parete.
Fuori,
sul pianerottolo, udii la voce spazientita di una vicina che cercava
di liberarsi della vecchia pazza degli angeli custodi. Ha
trovato un’altra vittima,
pensai.
Esaminai
con curiosità alcuni soprammobili di artigianato africano, la solita
paccottiglia venduta sui marciapiedi dai vù
cumprà, finché notai un
libro che sporgeva da sotto un fascio di carte. Curioso di vederne il
titolo feci per estrarlo da sotto il mucchio, ma, a causa
dell’equilibrio precario, la pila si rovesciò per terra.
Mi
affrettai subito a rimettere a posto le carte e, mentre risistemavo
la pila, notai una lettera.
Era
indirizzata a me e il mittente era mia madre.
Rigirai
il foglio fra le mani mentre un brivido mi correva lungo la schiena.
Scorsi
velocemente il testo: i soliti ragguagli sul suo stato di salute e
alcune raccomandazioni tipiche da mamma.
A
un certo punto la lettera diceva:
“… e non essere sempre così
timido: ti fa sembrare quello che non sei. Tu sei un uomo buono, ma
agli altri sembri scostante perché stai sempre chiuso in te stesso.
Cerca di farti coraggio e di superare almeno un po’ quella barriera
che metti sempre fa te e la gente … “
Mentre
leggevo non mi ero accorto del suo rientro nella stanza.
Quando
mi accorsi della sua presenza dietro le mie spalle sussultai
spaventato e tentai di balbettare qualche scusa (non mi passò
neanche per la testa il pensiero che avrei dovuto essere io quello
indignato per avere trovato lì una lettera indirizzata a me), ma fu
lui a parlare per primo: – No, sono io che devo chiedere scusa a te
– disse. – Sono mortificato, credimi, di aver aperto una lettera
tua, ma, vedi … l’avevo fatto distrattamente e non mi ero accorto
che era tua. Dopo ero troppo imbarazzato per restituirtela. A
quell’epoca, ricordi, non correva buon sangue fra noi. Così
rimandai di giorno in giorno … finché me ne dimenticai.
Ma
guarda che strano scherzo del destino,
pensai.
- Non è strano? –
dissi. – Circa due mesi fa anch’io ho aperto per errore una
lettera di tua sorella e per lo stesso motivo non te l’ho data.
- Mia sorella?
- Si, tua sorella.
Nella lettera accennava alla tua artrosi cervicale, che a volte di
blocca la testa in quella posizione … sai, credo sia stato proprio
quell’accenno … a farmi cambiare opinione su di te
- Ma non è
possibile … io non ho sorelle.
- Non hai sorelle?
- No. Solo un
fratello, più giovane di tre anni.
Tornai
a guardare la lettera di mia madre.
- Ma questa
lettera …
- Si? La data è di
due mesi fa.
- Si, te l’ho
detto …
- Mia madre è
morta da cinque anni.
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