martedì 17 aprile 2012

Errore di indirizzo


Oh, no! E adesso che faccio?
Il cameriere mi fissava spazientito.
- Vuole ordinare, signore?
- Oh, si. Mi scusi. Un caffè e una brioche, grazie.
Tornai a fissare la lettera.
Se cercavo un modo per iniziare la giornata nel peggior modo possibile l’avevo trovato.
Tanto per cominciare, mi ero svegliato con il mal di testa. Era ancora sopportabile, appena un leggero fastidio, ma sapevo che il bastardo non mi avrebbe dato pace. Nel giro di poche ore sarebbe diventato un’emicrania coi fiocchi. Non c’erano medicine che potessero combatterlo, le avevo provate tutte.
Così avevo telefonato in ufficio e informato la segretaria che non sarei andato a lavorare (per fortuna non c’era lavoro urgente).
Mentre uscivo per far colazione al bar avevo incontrato sul pianerottolo la vecchia vicina dell’interno tre, che aveva traslocato lì da pochi giorni, ma che tutte le volte che mi vedeva mi si attaccava addosso come una mignatta e mi costringeva a inventare gli espedienti più strani per liberarmene.
Era una maniaca religiosa e quel giorno sembra va si fosse fissata con gli angeli custodi: – Buon giorno dottore. Lei crede agli angeli custodi? Io ci credo, sa? E sa perché? Perché li ho visti. Si aggirano fra di noi e, se non siamo troppo occupati per guardare solo noi stessi, li possiamo vedere. Sembrano persone normali, come tutti. Anche ora, se scende in strada può darsi che ne incontri uno. Magari le sembrerà solo una casalinga … o un postino … ma non si fidi. Sono angeli custodi che girano tra noi per proteggerci …
Io non sono particolarmente religioso. Per me uno può credere quello che vuole. Però quella vecchia cominciava veramente a darmi sui nervi. Anche quella mattina avevo cercato di scrollarmela di dosso il più educatamente possibile, ma quel giorno era più insistente del solito. Aveva preso a seguirmi sulle scale con i suoi passetti veloci e quella vocetta acuta e troppo alta che che non faceva altro che peggiorare il mio mal di testa e continuato a sproloquiare sui suoi angeli custodi fin sul portone del condominio.
Fortunatamente, mentre passavo davanti alla guardiola, il portiere aveva capito la situazione e mi aveva salvato chiamandola con insistenza per farle firmare una raccomandata.
Nell’uscire mi ero imbattuto nel postino che stava proprio in quel momento infilando la posta nelle caselle dei condomini e avevo ritirato direttamente la mia con l’intenzione di leggerla mentre facevo colazione.
E ora mi trovavo lì, davanti a quella lettera non indirizzata a me, che avevo aperto per errore.
Poco male se si fosse trattato di una bolletta, ma quella era una lettera personale, di quelle scritte a mano.
La situazione sarebbe stata imbarazzante per chiunque, ma per me lo era particolarmente perché il destinatario della lettera era il mio vicino di casa.
Certe antipatie nascono talvolta da cose così banali, particolari così casuali che, se osservate dall’esterno, non ci si sa spiegare come si possano essere nati odi tanto profondi e durevoli. Chiunque vedesse capitare questa cosa al proprio vicino di casa penserebbe che è pazzo … forse anche i miei vicini la pensano così? No, io non sono pazzo … ma non ci posso fare niente
Sono un tipo timido e schivo, d’accordo, ho già i miei problemi per questo stupido carattere, ma se mi sento aggredito posso diventare anche molto violento.
Io, nel mio vicino, non potevo sopportare quel modo di guardarmi dall’alto in basso, quel suo inclinare all’indietro la testa e alzare il mento quando parlava come se disprezzasse per principio chiunque, qualunque cosa dicesse.
Avevo notato che teneva questo atteggiamento anche con altri e non capivo perché non lo prendessero a schiaffi. Lo avrei fatto anch’io, se avessi avuto un po’ più di coraggio. E invece sembrava che tutti facessero finta di non accorgersene.
Su di me, invece, aveva il potere di farmi imbestialire.
Non potevo frenare la voglia di essere scortese, di ricacciargli in gola tutta quella spocchia. Se gli piaceva farsi dei nemici, con me c’era riuscito perfettamente.
Naturalmente l’antipatia era reciproca e da anni la cosa andava avanti tra dispetti e scortesie.
Il problema della lettera era grave. Già mi vedevo pieno di imbarazzo a balbettare confusamente qualche parola di scusa mentre quel “pezzo di merda” mi strappava di mano la lettera con la migliore espressione di disprezzo del repertorio e mi sbatteva la porta in faccia.
Il pensiero di sottopormi a quella umiliazione era intollerabile. Così decisi che avrei fatto sparire la lettera. Dopotutto non è insolito che le poste smarriscano le lettere.
Presa la decisone mi sentii meglio e a quel punto, visto che era destinata al cestino, pensai che non ci sarebbe stato nulla di male se le avessi dato un’occhiata.
Era una lettera di sua sorella, che gli scriveva da una località di vacanza.
C’erano alcune notizie sui parenti e sulle località visitate.
Poi a un certo punto lessi la frase che mi lascio impietrito:
“ … mi spiace molto che la tua artrite cervicale non ti permetta di fare lunghi viaggi e che non possa trascorrere alcuni giorni con noi e con i tuoi nipotini. Quel disturbo che quando stai in piedi ti costringe a tenere la testa all’indietro deve essere proprio noioso. Dai sempre l’impressione di guardare la gente dall’alto al basso … “
Non riuscii a proseguire.
E così quel tic che aveva il potere si mandarmi il sangue alla testa era in realtà un disturbo fisico … E io avevo ingaggiato una guerra fatta di sgarbi, scortesie e mille altre meschinità solo sulla base di un presupposto completamente falso …
Mi sentivo un verme.
Dopo quanto avevo letto mi convinsi ancora di più che non avrei potuto consegnarla.
Tornai a casa pensieroso e all’ingresso mi venne incontro il portiere.
- Scusi, poco fa, quando il postino le ha consegnato la posta, le ha per caso dato qualche busta che non era sua?
- No, perché? – mentii cercando di assumere l’espressione più ingenua possibile. Se ne era già accorto?
- Perché già almeno tre inquilini sono venuti a lamentasi di aver ricevuto della posta non indirizzata a loro. Quel nuovo postino ha fatto una tale confusione … Dico io: va bene che sono stagionali, ma almeno che sappiano leggere, no?
- Ma quello non è il solito postino?
- No, non l’ho mai visto. Alle volte, sa, quando hanno qualcuno in malattia o in ferie, mandano un sostituto, magari qualche extracomunitario che non sa neanche l’italiano. Purtroppo ogni tanto succedono di questi pasticci.
- Mi dispiace, comunque la mia posta era in ordine, grazie.
Nel salire le scale mi sentivo come un ladro che deve assolutamente sbarazzarsi di una refurtiva scomoda.
Proprio mentre passavo davanti all’appartamento del mio vicino, ormai quasi certo di avercela fatta, e mentre già cercavo nelle tasche la mia chiave, sentii lo scatto di una porta che si apriva dietro di me.
Trasalii come se fossi stato colto con le mani nel sacco. Lo vidi che stava uscendo e mentre si voltava per chiudere a chiave il portone mi gettò una selle sue solite occhiate.
- Buon giorno – dissi con il tono più gentile e disinvolto che riuscii a trovare e del quali mi pentii subito perché mi resi subito conto di quanto suonasse falso. Ma era troppo tardi, ormai l’avevo detto … forse sentendomi in colpa cercavo inconsciamente di farmi perdonare.
Si arrestò e mi fissò sorpreso. 
- Buon giorno – rispose. E notai che anche il suo tono sembrava imbarazzato. O era una mia impressione?
Raggiunsi la mia porta e gli voltai le spalle per non fargli vedere le mani tremanti che cercavo gli inserire la chiave nella serratura. Appena entrato in casa mi precipitai in bagno e gettai la lettera appallottolata nel water, neanche fosse stata droga, imprecando un bel po’ perché non voleva andare giù nello scarico.
Il giorno dopo era Sabato e verso le nove uscii per fare due passi nel parco.
Proprio sotto il portone del condominio incontrai il mio vicino.
- Buon giorno – mi disse con un tono così cordiale che mi lasciò di stucco. Poi si fermo, come esitante se avvicinarsi a me o no.
- Buon giorno – risposi anch’io un po’ imbarazzato.
Alla fine superò la titubanza e si diresse verso di me: – Potrei chiederle una cortesia? 
Una cortesia a me? Se fosse successo solo due giorni fa … non riesco neanche a immaginare con quale gusto perverso lo avrei mandato a “farsi sfottere”. Ma dopo il fatto del giorno prima mi sorpresi a rispondergli un po’ timidamente: – Ma certo. Dica pure.
- Ho saputo che lei è un esperto alpinista. Il mese prossimo vorrei andare per un po’ in montagna con la famiglia di mio fratello. Mi potrebbe consigliare qualche itinerario interessante dalle parti della Val Badia?
- Ma certamente! – Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Ero io quello che parlava? Vuoi vedere ora che abbiamo anche degli interessi in comune?
Stabilimmo di vederci nel pomeriggio e gli promisi di portare con me alcune cartine e qualche guida per le vie ferrate delle Dolomiti.
Quel giorno scoprii che di interessi in comune ce n’erano anche altri: la pesca sportiva, i film di Hitchcock e l’Inter.
E così, giorno dopo giorno, da quel semplice atto di cortesia nacque una strana e del tutto imprevista amicizia.

Due mesi dopo mi trovavo a casa sua. Mi aveva invitato per mostrarmi le foto delle sue ultime escursioni in montagna. A un certo punto si alzò per andare in cucina a prendere da bere. Mentre attendevo mi alzai anch’io per sgranchirmi un po’ le gambe. Vagai con lo sguardo tra i titoli dei libri ammucchiati in disordine su due scaffali che occupavano una intera parete.
Fuori, sul pianerottolo, udii la voce spazientita di una vicina che cercava di liberarsi della vecchia pazza degli angeli custodi. Ha trovato un’altra vittima, pensai.
Esaminai con curiosità alcuni soprammobili di artigianato africano, la solita paccottiglia venduta sui marciapiedi dai vù cumprà, finché notai un libro che sporgeva da sotto un fascio di carte. Curioso di vederne il titolo feci per estrarlo da sotto il mucchio, ma, a causa dell’equilibrio precario, la pila si rovesciò per terra.
Mi affrettai subito a rimettere a posto le carte e, mentre risistemavo la pila, notai una lettera.
Era indirizzata a me e il mittente era mia madre.
Rigirai il foglio fra le mani mentre un brivido mi correva lungo la schiena.
Scorsi velocemente il testo: i soliti ragguagli sul suo stato di salute e alcune raccomandazioni tipiche da mamma.
A un certo punto la lettera diceva:
“… e non essere sempre così timido: ti fa sembrare quello che non sei. Tu sei un uomo buono, ma agli altri sembri scostante perché stai sempre chiuso in te stesso. Cerca di farti coraggio e di superare almeno un po’ quella barriera che metti sempre fa te e la gente … “
Mentre leggevo non mi ero accorto del suo rientro nella stanza.
Quando mi accorsi della sua presenza dietro le mie spalle sussultai spaventato e tentai di balbettare qualche scusa (non mi passò neanche per la testa il pensiero che avrei dovuto essere io quello indignato per avere trovato lì una lettera indirizzata a me), ma fu lui a parlare per primo: – No, sono io che devo chiedere scusa a te – disse. – Sono mortificato, credimi, di aver aperto una lettera tua, ma, vedi … l’avevo fatto distrattamente e non mi ero accorto che era tua. Dopo ero troppo imbarazzato per restituirtela. A quell’epoca, ricordi, non correva buon sangue fra noi. Così rimandai di giorno in giorno … finché me ne dimenticai.
Ma guarda che strano scherzo del destino, pensai.
Non è strano? – dissi. – Circa due mesi fa anch’io ho aperto per errore una lettera di tua sorella e per lo stesso motivo non te l’ho data.
- Mia sorella?
- Si, tua sorella. Nella lettera accennava alla tua artrosi cervicale, che a volte di blocca la testa in quella posizione … sai, credo sia stato proprio quell’accenno … a farmi cambiare opinione su di te
- Ma non è possibile … io non ho sorelle.
- Non hai sorelle?
- No. Solo un fratello, più giovane di tre anni.
Tornai a guardare la lettera di mia madre.
Ma questa lettera …
- Si? La data è di due mesi fa.
- Si, te l’ho detto …
- Mia madre è morta da cinque anni.

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