martedì 17 aprile 2012

Il ritorno


Era il 14 di Adar. I fedeli stavano uscendo dalla sinagoga dove avevano celebrato
la festa di Purim. Alcuni uomini tenevano per mano i figli che si divertivano ancora a fare un gran baccano con i sonagli e i pezzi di legno.
Un padre rimproverava suo figlio: - Ti avevo detto che il sonaglio si deve suonare solo quando viene pronunciato il nome di Haman. Solo quello è il momento di fare
baccano! Tutti mi guardavano. Mi hai fatto vergognare!
Un giovane ubriaco dal passo incerto, sostenuto da un amico che lo reggeva per
le spalle, passò davanti alla sinagoga e si fermò per un attimo a guardare la gente che usciva.
Un mendicante gli si avvicinò: - Vi prego, signore. Nel nome di Dio...
- Vattene, maiale puzzolente. Non vedi che ho da fare? – rispose infastidito. –
Devo celebrare la festa di Purim! – E scoppiò in una fragorosa risata.
- Ti prego, signore. Un piccolo aiuto per vivere...
- Vattene ti ho detto. Non hai sentito?
Ma il mendicante insistette. Allora il giovane si divincolò dalle braccia dell’amico e
si gettò su di lui percuotendolo con calci e pugni. Poi, barcollando, fece per allontanarsi,
ma il mendicante, sputando il sangue che gli riempiva la bocca, mormorò: - Me lo merito. Per me è giusto così, ma guarda bene che non accada anche a te di diventare come me.
Ma il giovane udì quelle parole e si voltò: - Che cosa hai detto maiale schifoso?
Hai anche il coraggio di maledire?
- No, signore. Non ti stavo maledicendo. Io sto ricevendo con queste percosse un
giusto castigo. Ma ti stavo augurando di non meritarlo anche tu pure.
- Che cosa vuoi dire? Che castigo dovrei meritare?
- Ancora niente. Ma io mi rivedo in te. Perché io ero proprio come te.
- A me non importa quello che eri. Vattene se non ne vuoi ancora!
Un altro mendicante gli si avvicinò e lo prese per un braccio: - Andiamo, ormai non
c’è più nessuno. Non perdere tempo qui. Vuoi prendere altre botte?
Ma il mendicante continuava a fissare il giovane e sembrava non volersene
separare.
L’altro mendicante insisteva: - Sbrighiamoci. Dall’altra parte del villaggio la festa
nella sinagoga non è ancora finita. Se ci affrettiamo possiamo arrivare in tempo per
l’uscita.
Infine il mendicante si lasciò condurre via, mentre il giovane ridendo
sgangheratamente se ne andava dalla parte opposta.
Arrivarono alla sinagoga proprio mentre l’archisinagogo chiudeva la porta.
- Troppo tardi – disse l’anziano. – Se ne sono andati tutti. Ma tenete, questo è per
voi. – E diede loro una moneta per uno. Poi rientrò nella sinagoga e sprangò l’uscio
dall’interno.
I due mendicanti si sedettero per terra addossati alla parete. Il secondo
mendicante tirò fuori con calma una borsa da sotto la tunica sfilacciata e cominciò a
contare gli spiccioli che aveva raccolto.
- Tredici denari in tutto. Ci posso mangiare per tre giorni. Tu quanto hai fatto?
- Non lo so. Adesso non ho voglia di contarli.
- Ti fa ancora male il labbro?
- Non è il labbro che mi fa male.
I due rimasero in silenzio rimuginando i propri pensieri. Poi il secondo mendicante
estrasse da una bisaccia un pezzo di pane mezzo morsicato e si mise a mangiarlo con
gusto.
- Ma davvero tu eri come lui? – chiese ad un tratto.
- Si.
- Come ti chiami?
- Ti interessa davvero saperlo?
- Beh, non abbiamo niente da fare, non è ancora notte... possiamo anche fare
quattro chiacchiere. Non hai l’aria di uno che è cresciuto sulla strada.
- No – rispose con un sospiro. – Mi chiamo Samuele. Sono figlio di un proprietario
terriero di Gadara, nella Decapoli. La mia famiglia è della tribù di Beniamino. In famiglia,
anche se viviamo in mezzo ai gentili, siamo sempre stati molto osservanti della legge.
« Mio padre aveva due figli: mio fratello, il maggiore, grande lavoratore, molto
serio, e me, più giovane di lui di dieci anni, tutto l’opposto. Ero ricco, scapestrato,
preferivo le feste con gli amici al lavoro dei campi. Proprio come quel giovane di poco fa.
- Fossi stato io al tuo posto non avrei chiesto di meglio. E allora? Come sei finito
così?
- Mio padre mi lasciava fare perché aveva un debole per me. Mio fratello invece
non mi sopportava, forse proprio per questo. Gelosia, invidia... Forse temeva che mio
padre mi avrebbe fatto erede di tutti i beni della famiglia, non lo so. Non perdeva
occasione per rimproverarmi davanti a lui e maltrattarmi appena ne aveva l’occasione.
Ma mio padre prendeva spesso le mie difese. Era buono, mio padre.
- E’ morto?
Samuel chiuse gli occhi e deglutì un groppo: - Si - disse in un sussurro.
- E che cosa è successo poi?
- Anche se ero un po’ irresponsabile, ho sempre rispettato la legge e tutti i
seicentotrentatre precetti.
« Ma un giorno, mentre mi trovavo in Giudea, a Lidda, vidi nella piazza un gruppo
di persone che ascoltava un rabbi che predicava. Mi informai con un passante e seppi
che era Gesù, il rabbi di Nazareth, di cui si faceva un gran parlare. Incuriosito mi
avvicinai e ascoltai una disputa con alcuni farisei che gli avevano posto una questione a
proposito del ripudio. Mi piaceva quel modo di parlare, ne fui affascinato. Quell’uomo
aveva un modo di spiegare la legge così semplice che in nessuna sinagoga avevo
trovato.
« Vidi che stava per andarsene e allora, per trattenerlo ancora un po’ e sentirlo
ancora parlare mi feci avanti e gli posi una domanda: “Che cosa devo fare per avere la
vita eterna?” gli chiesi. “Osserva i comandamenti”, mi rispose. Quella risposta mi deluse
un po’. Avrei potuto ricevere la stessa risposta in qualunque sinagoga. Ma insistetti e gli
dissi: “Questo lo faccio fin da bambino”. Allora mi guardò, uno sguardo che non
dimenticherò mai. Sembrava che con un’occhiata avesse visto tutto quello che c’era in
fondo al mio cuore, ma non era rimprovero. Sembravano piuttosto gli occhi di un amico
che finalmente ha l’occasione di dirti qualcosa di veramente importante, di prezioso per
lui e per te. “Se vuoi essere perfetto”, disse, “va', vendi quello che possiedi, dallo ai
poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi”.
« Quello sì che non l’avei sentito dire in nessuna sinagoga! Fu come uno schiaffo,
di quelli che ti risvegliano dai sogni, che ti riportano alla realtà. Non sapevo che cosa
rispondere. Rimasi lì, fermo, a fissarlo imbarazzato per un po’, poi me ne andai.
« Mi aveva deluso, non poteva chiedermi questo. La ricchezza è una benedizione
di Dio. La Scrittura lo ripete molte volte. Come poteva chiedermi di dare tutto ai poveri?
Non davo forse l’elemosina ogni sabato? Perché lasciare tutto? E poi di che cosa avrei
vissuto?
« Pensavo a queste cose mentre mi allontanavo, eppure dovevo ammettere che
quell’uomo mi aveva rivelato una cosa che sentivo già dentro al cuore da tempo, ma che non avevo mai avuto il coraggio di ammettere: a me la ricchezza piaceva tanto, ma così tanto che avrei fatto qualunque cosa per averne sempre di più.
« Eh, lo so. Solo adesso, guardandomi, capisco quanto fossi stupido. Eppure a
quel tempo, nonostante la pensassi così, non stavo facendo niente per accrescere la
ricchezza che possedevo. Anzi stavo sciupando quella di mio padre senza lavorare.
« Decisi allora di tornare da lui e mettermi anch’io in affari. Presto, sognavo, avrei
superato anche lui quanto a ricchezze e beni in questo mondo.
« Così partii per tornare al mio paese, ma lungo la strada incontrati una carovana
di commercianti greci che faceva la mia stessa strada e così mi unii a loro.
« Il capo si chiamava Demetrios e commerciava porpora con l’Arabia e con la
Grecia. Seppi così che la porpora era molto richiesta, soprattutto a Roma, e che chi
aveva un po’ di danaro avrebbe fatto facilmente un gran guadagno investendolo in un
carico di porpora da piazzare sul mercato della capitale dell’impero.
« Con questo sogno di facili e mirabolanti ricchezze, arrivato a casa di mio padre
non esitai a chiedere una grossa somma di danaro da investire in una partita di porpora.
« Mio padre cercò di dissuadermi cercando di farmi capire che se avevo voglia di
lavorare avrei potuto andare in campagna ad aiutare mio fratello, e questo avrebbe forse migliorato anche i nostri rapporti.
« Ma io non volli sentire ragioni e per giorni insistetti nella mia richiesta, finché un
giorno, esasperato per l’ultimo litigio, dissi a mio padre: “Io me ne vado. Dammi la parte
che mi spetta”
« Per mio padre fu come una pugnalata la cuore. Cercò di dissuadermi, ma io
ormai ero irremovibile. Ero disposto a tutto pur di seguire il mio sogno.
« Così qualche giorno dopo mio padre vendette metà delle sue terre, mise il
denaro in un forziere mi dette la chiave davanti a mio fratello. “Questo, figlio mio”, mi
disse, “è la ferita più grave che potessi farmi. Con questo atto non hai diviso solo le
nostre proprietà, ma hai spaccato in due anche il mio cuore. E adesso va, e che
l’Altissimo abbia pietà di te”
« Mio fratello non disse niente. E non venne neppure a dirmi addio alla partenza.
Per lui, ormai, era come se non fossi mai esistito.
« Ma di mio fratello non mi curavo. Avevo un forziere pieno di denaro, l’asino
carico e il cuore gonfio di ambizioni. Davanti a me si apriva un mondo pieno di piaceri,
divertimenti e ricchezze a non finire. Quanto il mio cuore fosse cieco lo imparai molto
presto.
« Andai nella Siro-Fenicia e mi stabilii a Tiro, nella zona del porto. Comprai subito
una casa e cominciai a cercare di concludere qualche buon affare. Ma il porto di Tiro
aveva anche altre attrattive oltre agli affari. In poco tempo sperperai con le donne e il
gioco metà del capitale.
« Allora, per non rischiare di non rimare del tutto senza risorse, grazie alle
conoscenze che avevo fatto nelle osterie, cercai una spedizione di porpora da finanziare.
« La trovai nel giro di una settimana: un mercante della Perea cercava un
armatore che gli mettesse a disposizione una nave per trasportare a Roma un carico di
porpora. Al ritorno si sarebbe fatto a metà con il guadagno. Sembrava l’affare fatto
apposta per me. Andai di corsa da un mio conoscente che possedeva una nave, non
molto grande, ma sufficiente a contenere il carico, e che sapevo voleva vendere. La acquistai e la pagai con tutto il denaro che mi rimaneva, ma non era sufficiente e ci
mettemmo d’accordo che il resto glielo avrei dato al ritorno del mercante, quando ci
saremmo divisi il guadagno.
« Ma il carico non arrivò mai a destinazione. Una settimana dopo la partenza la
nave fece naufragio. Qualche marinaio si salvò, ma il carico andò perduto e il mercante
annegò. E io ero sul lastrico.
Il sole stava ormai scendendo oltre l’orizzonte e Samuele interruppe il racconto.
Girò lo sguardo sul compagno e vide che stava sonnecchiando.
Allora si alzò e si allontanò con passo un po’ incerto alla ricerca di un rifugio per la
notte. Il labbro si era gonfiato e pulsava dolorosamente.

                   ***

Camminò per dieci miglia, finché, ormai in piena notte, di fermò sotto un albero e
si addormentò.
Il mattino seguente raggiunse la città di Arimatea e andò subito sulla piazza del
mercato e, appoggiato ai piedi di una colonna cominciò a mendicare.
Non era ancora mezzogiorno quando udì un tramestio di folla che proveniva
dall’ingresso della piazza. Ragazzi e adulti, commercianti e contadini, si alzavano e
correvano da quella parte. Fermò un ragazzo e gli chiese che cosa stesse succedendo.
- E’ il rabbi di Nazareth! – rispose. - Lo aspettavamo da ieri. Il mio padrone
Giuseppe ci aveva messi tutti all’erta.
Il rabbi di Nazareth...
Non aveva il coraggio e neppure la forza di alzarsi. Il cuore in tumulto, non sapeva
che cosa fare. Così non fece niente. Si rannicchiò nascondendo il volto fra le ginocchia
mentre un singhiozzo lo scuoteva.
Il rumore veniva verso di lui. Allora alzò lo sguardo e vide tra il velo delle lacrime
che il rabbi si era seduto sotto il suo stesso portico, distante circa una ventina di passi.
D’improvviso di fece silenzio e la voce del maestro echeggiò sotto le volte del
portico giungendo fino a lui, chiara e limpida.
- Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: “Padre, dammi la parte
del patrimonio che mi spetta”. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.

                   ***

La notizia arrivò con il marinaio superstite del naufragio. Una nave lo aveva
raccolto al porto di Malta e lo aveva riportato a Tiro.
Vennero dei conoscenti a riferirgli il fatto mentre era in un’osteria proprio insieme
al suo creditore.
- O paghi entro un mese – gli disse l’uomo. – Oppure mi prendo i tuoi beni e te
stesso e ti faccio schiavo per debiti finché non mi avrai pagato fino all’ultimo spicciolo.
Poi se ne andò senza nemmeno salutare.
Alla scadenza del termine, naturalmente, non aveva di che pagare e così,
trascinato davanti al giudice, venne giudicato colpevole e condannato alla schiavitù
finché non avesse pagato l’intero debito.
                  
                     ***

- Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo
mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che
mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.
« Allora rientrò in se stesso e disse: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno
pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò:
Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato
tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”.

                    ***

Seduto su un monticello di terra osservava la mandria di porci che grufolava nel
querceto. Il suo nuovo padrone aveva proprio avuto un pensiero gentile...
Gli aveva sputato in faccia tutto quello che pensava degli ebrei e della loro
schizzinosità nel trattare con i gentili. E gli aveva affibbiato un lavoro fatto apposta per lui e per quelli della sua razza, per abbassare la loro superbia.
Ma quella sera l’avrebbe fatta finita. Aveva già notato il varco della recinzione. Con
il favore delle tenebre si sarebbe dileguato nella boscaglia. Poco gliene sarebbe
importato al suo padrone. La perdita subita non era poi così grande. Più che altro quella
condizione di schiavitù era un atto di vendetta verso quelli della sua razza.
Comunque poco importava. Certo suo padre non l’avrebbe accolto a braccia
aperte, ma almeno un pezzo di pane non glielo avrebbe negato. Non aveva più diritti, lo
sapeva, ma, anche come contadino, in quelle terre si sarebbe trovato sicuramente
meglio che a pascolare porci.

                   ***

- Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide
e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
« Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più
degno di esser chiamato tuo figlio”.
« Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo,
mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo,
mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era
perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa”.

                   ***

La casa era ancora come la ricordava. Lì vicino scorreva il ruscello in cui da
piccolo aveva sguazzato tante volte.
Sull’aia non c’era nessuno, e neppure nei campi all’intorno. Sembrava tutto
abbandonato, ma sapeva che non era così. Poco prima di arrivare in vista del paese
aveva visto un ragazzino che lo aveva riconosciuto ed era scappato via.
Giunto di fronte alla porta esitò, incerto se bussare o attendere che qualcuno
uscisse. Dov’era suo padre?
Lentamente la porta si aprì e uscì suo fratello.
Lo fissava senza dire nulla.
- Dov’è mio padre? – chiese.
- Chi sei?
- Sono tuo fratello, non mi riconosci?
- Io non ho fratelli. Quello che avevo è morto. E morto è anche mio padre,
pugnalato al cuore proprio da lui. Vattene, non voglio assassini sulla mia terra.
Il silenzio si fece di piombo. D’improvviso percepì tutta l’ostilità degli sguardi che lo
osservavano da dietro le tende. I cani si erano accucciati con il muso fra le zampe, le
galline che di solito razzolavano nell’aia, erano sparite. Neppure gli asini ragliavano.
Lentamente si voltò e incespicando se ne andò verso la boscaglia.

                    ***

Le lacrime scorrevano silenziose mentre la folla lentamente si disperdeva. Con il
volto nascosto tra le ginocchia non vide l’uomo che si era fermato davanti a lui.
D’un tratto si accorse dell’ombra che gli aveva coperto il sole e sollevò lo sguardo.
Davanti a lui c’era il rabbi di Nazareth che lo guardava.
- E’ morto – riuscì a dire tra i singhiozzi. – Non mi ha perdonato. Non è andata
come hai detto tu.
- Non è vero – disse il rabbi. E chinatosi lo prese per le spalle, lo fece alzare e gli
sollevò il volto rigato di lacrime impastate di polvere.
Allora, di fronte a quello sguardo, Samuele capì. E il rabbi lo abbracciò con
l’intensità e l’affetto che solo un padre può avere.
- Ora puoi seguirmi. Ben tornato a casa, figlio mio.



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