Era
il 14 di Adar. I fedeli stavano uscendo dalla sinagoga dove avevano
celebrato
la
festa di Purim. Alcuni uomini tenevano per mano i figli che si
divertivano ancora a fare un gran baccano con i sonagli e i pezzi di
legno.
Un
padre rimproverava suo figlio: - Ti avevo detto che il sonaglio si
deve suonare solo
quando viene pronunciato il nome di Haman. Solo quello è il momento
di fare
baccano!
Tutti mi guardavano.
Mi hai fatto vergognare!
Un
giovane ubriaco dal passo incerto, sostenuto da un amico che lo
reggeva per
le
spalle,
passò davanti alla sinagoga e si fermò per un attimo a guardare la
gente che usciva.
Un
mendicante gli si avvicinò: - Vi prego, signore. Nel nome di Dio...
-
Vattene,
maiale puzzolente. Non vedi che ho da fare? – rispose infastidito.
–
Devo
celebrare la festa di Purim! – E scoppiò in una fragorosa risata.
-
Ti
prego, signore. Un piccolo aiuto per vivere...
-
Vattene
ti ho detto. Non hai sentito?
Ma
il mendicante insistette. Allora il giovane si divincolò dalle
braccia dell’amico e
si
gettò su di lui percuotendolo con calci e pugni. Poi, barcollando,
fece per allontanarsi,
ma
il mendicante, sputando il sangue che gli riempiva la bocca, mormorò:
- Me lo merito. Per me è giusto così, ma guarda bene che non accada
anche a te di diventare come me.
Ma
il giovane udì quelle parole e si voltò: - Che cosa hai detto
maiale schifoso?
Hai
anche il coraggio di maledire?
-
No,
signore. Non ti stavo maledicendo. Io sto ricevendo con queste
percosse un
giusto
castigo. Ma ti stavo augurando di non meritarlo anche tu pure.
-
Che
cosa vuoi dire? Che castigo dovrei meritare?
-
Ancora
niente. Ma io mi rivedo in te. Perché io ero proprio come te.
-
A
me non importa quello che eri. Vattene se non ne vuoi ancora!
Un
altro mendicante gli si avvicinò e lo prese per un braccio: -
Andiamo, ormai non
c’è
più nessuno. Non perdere tempo qui. Vuoi prendere altre botte?
Ma
il mendicante continuava a fissare il giovane e sembrava non
volersene
separare.
L’altro
mendicante insisteva: - Sbrighiamoci. Dall’altra parte del
villaggio la festa
nella
sinagoga non è ancora finita. Se ci affrettiamo possiamo arrivare in
tempo per
l’uscita.
Infine
il mendicante si lasciò condurre via, mentre il giovane ridendo
sgangheratamente
se
ne andava dalla parte opposta.
Arrivarono
alla sinagoga proprio mentre l’archisinagogo chiudeva la porta.
-
Troppo
tardi – disse l’anziano. – Se ne sono andati tutti. Ma tenete,
questo è per
voi.
– E diede loro una moneta per uno. Poi rientrò nella sinagoga e
sprangò l’uscio
dall’interno.
I
due mendicanti si sedettero per terra addossati alla parete. Il
secondo
mendicante
tirò fuori con calma una borsa da sotto la tunica sfilacciata e
cominciò a
contare
gli spiccioli che aveva raccolto.
-
Tredici
denari in tutto. Ci posso mangiare per tre giorni. Tu quanto hai
fatto?
-
Non
lo so. Adesso non ho voglia di contarli.
-
Ti
fa ancora male il labbro?
-
Non
è il labbro che mi fa male.
I
due rimasero in silenzio rimuginando i propri pensieri. Poi il
secondo mendicante
estrasse
da una bisaccia un pezzo di pane mezzo morsicato e si mise a
mangiarlo con
gusto.
-
Ma
davvero tu eri come lui? – chiese ad un tratto.
-
Si.
-
Come
ti chiami?
-
Ti
interessa davvero saperlo?
-
Beh,
non abbiamo niente da fare, non è ancora notte... possiamo anche
fare
quattro
chiacchiere. Non hai l’aria di uno che è cresciuto sulla strada.
-
No
– rispose con un sospiro. – Mi chiamo Samuele. Sono figlio di un
proprietario
terriero
di Gadara, nella Decapoli. La mia famiglia è della tribù di
Beniamino. In famiglia,
anche
se viviamo in mezzo ai gentili, siamo sempre stati molto osservanti
della legge.
«
Mio padre aveva due figli: mio fratello, il maggiore, grande
lavoratore, molto
serio,
e me, più giovane di lui di dieci anni, tutto l’opposto. Ero
ricco, scapestrato,
preferivo
le feste con gli amici al lavoro dei campi. Proprio come quel giovane
di poco fa.
-
Fossi stato io al tuo posto non avrei chiesto di meglio. E allora?
Come sei finito
così?
-
Mio padre mi lasciava fare perché aveva un debole per me. Mio
fratello invece
non
mi sopportava, forse proprio per questo. Gelosia, invidia... Forse
temeva che mio
padre
mi avrebbe fatto erede di tutti i beni della famiglia, non lo so. Non
perdeva
occasione
per rimproverarmi davanti a lui e maltrattarmi appena ne aveva
l’occasione.
Ma
mio padre prendeva spesso le mie difese. Era buono, mio padre.
-
E’
morto?
Samuel
chiuse gli occhi e deglutì un groppo: - Si - disse in un sussurro.
-
E
che cosa è successo poi?
-
Anche
se ero un po’ irresponsabile, ho sempre rispettato la legge e tutti
i
seicentotrentatre
precetti.
«
Ma un giorno, mentre mi trovavo in Giudea, a Lidda, vidi nella piazza
un gruppo
di
persone che ascoltava un rabbi che predicava. Mi informai con un
passante e seppi
che
era Gesù, il rabbi di Nazareth, di cui si faceva un gran parlare.
Incuriosito mi
avvicinai
e ascoltai una disputa con alcuni farisei che gli avevano posto una
questione a
proposito
del ripudio. Mi piaceva quel modo di parlare, ne fui affascinato.
Quell’uomo
aveva
un modo di spiegare la legge così semplice che in nessuna sinagoga
avevo
trovato.
«
Vidi che stava per andarsene e allora, per trattenerlo ancora un po’
e sentirlo
ancora
parlare mi feci avanti e gli posi una domanda: “Che cosa devo fare
per avere la
vita
eterna?” gli chiesi. “Osserva i comandamenti”, mi rispose.
Quella risposta mi deluse
un
po’. Avrei potuto ricevere la stessa risposta in qualunque
sinagoga. Ma insistetti e gli
dissi:
“Questo lo faccio fin da bambino”. Allora mi guardò, uno sguardo
che non
dimenticherò
mai. Sembrava che con un’occhiata avesse visto tutto quello che
c’era in
fondo
al mio cuore, ma non era rimprovero. Sembravano piuttosto gli occhi
di un amico
che
finalmente ha l’occasione di dirti qualcosa di veramente
importante, di prezioso per
lui
e per te. “Se vuoi essere perfetto”, disse, “va', vendi quello
che possiedi, dallo ai
poveri
e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi”.
«
Quello sì che non l’avei sentito
dire in nessuna sinagoga! Fu come uno schiaffo,
di
quelli che ti risvegliano dai sogni, che ti riportano alla realtà.
Non sapevo che cosa
rispondere.
Rimasi lì, fermo, a fissarlo imbarazzato per un po’, poi me ne
andai.
«
Mi aveva deluso, non poteva chiedermi questo. La ricchezza è una
benedizione
di
Dio. La Scrittura lo ripete molte volte. Come poteva chiedermi di
dare tutto ai poveri?
Non
davo forse l’elemosina ogni sabato? Perché lasciare tutto? E poi
di che cosa avrei
vissuto?
«
Pensavo a queste cose mentre mi allontanavo, eppure dovevo ammettere
che
quell’uomo
mi aveva rivelato una cosa che sentivo già dentro al cuore da tempo,
ma che non avevo mai avuto il coraggio di ammettere: a me la
ricchezza piaceva tanto, ma così tanto che avrei fatto qualunque
cosa per averne sempre di più.
«
Eh, lo so. Solo adesso, guardandomi, capisco quanto fossi stupido.
Eppure a
quel
tempo, nonostante la pensassi così, non stavo facendo niente per
accrescere la
ricchezza
che possedevo. Anzi stavo sciupando quella di mio padre senza
lavorare.
«
Decisi allora di tornare da lui e mettermi anch’io in affari.
Presto, sognavo, avrei
superato
anche lui quanto a ricchezze e beni in questo mondo.
«
Così partii per tornare al mio paese, ma lungo
la strada incontrati una carovana
di
commercianti greci che faceva la mia stessa strada e così mi unii a
loro.
«
Il capo si chiamava Demetrios e commerciava porpora con l’Arabia e
con la
Grecia.
Seppi così che la porpora era molto richiesta, soprattutto a Roma, e
che chi
aveva
un po’ di danaro avrebbe fatto facilmente un gran guadagno
investendolo in un
carico
di porpora da piazzare sul mercato della capitale dell’impero.
«
Con questo sogno di facili e mirabolanti ricchezze, arrivato a casa
di mio padre
non
esitai a chiedere una grossa somma di danaro da investire in una
partita di porpora.
«
Mio padre cercò di dissuadermi cercando di farmi capire che se avevo
voglia di
lavorare
avrei potuto andare in campagna ad aiutare mio fratello, e questo
avrebbe forse migliorato anche i nostri rapporti.
«
Ma io non volli sentire ragioni e per giorni insistetti nella mia
richiesta, finché un
giorno,
esasperato per l’ultimo litigio, dissi a mio padre: “Io me ne
vado. Dammi la parte
che
mi spetta”
«
Per mio padre fu come una pugnalata la cuore. Cercò di dissuadermi,
ma io
ormai
ero irremovibile. Ero disposto a tutto pur di seguire il mio sogno.
«
Così qualche giorno dopo mio padre vendette metà delle sue terre,
mise il
denaro
in un forziere mi dette la chiave davanti a mio fratello. “Questo,
figlio mio”, mi
disse,
“è la ferita più grave che potessi farmi. Con questo atto non hai
diviso solo le
nostre
proprietà, ma hai spaccato in due anche il mio cuore. E adesso va, e
che
l’Altissimo
abbia pietà di te”
«
Mio fratello non disse niente. E non venne neppure a dirmi addio alla
partenza.
Per
lui, ormai, era come se non fossi mai esistito.
«
Ma di mio fratello non mi curavo. Avevo un forziere pieno di denaro,
l’asino
carico
e il cuore gonfio di ambizioni. Davanti a me si apriva un mondo pieno
di piaceri,
divertimenti
e ricchezze a non finire. Quanto il mio cuore fosse cieco lo imparai
molto
presto.
«
Andai nella Siro-Fenicia e mi stabilii a Tiro, nella zona del porto.
Comprai subito
una
casa e cominciai a cercare di concludere qualche buon affare. Ma il
porto di Tiro
aveva
anche altre attrattive oltre agli affari. In poco tempo sperperai con
le donne e il
gioco
metà del capitale.
«
Allora, per non rischiare di non rimare del tutto senza risorse,
grazie alle
conoscenze
che avevo fatto nelle osterie, cercai una spedizione di porpora da
finanziare.
«
La trovai nel giro di una settimana: un mercante della Perea cercava
un
armatore
che gli mettesse a disposizione una nave per trasportare a Roma un
carico di
porpora.
Al ritorno si sarebbe fatto a metà con il guadagno. Sembrava
l’affare fatto
apposta
per me. Andai di corsa da un mio conoscente che possedeva una nave,
non
molto
grande, ma sufficiente a contenere il carico, e che sapevo voleva
vendere.
La acquistai e la pagai con tutto il denaro che mi rimaneva, ma non
era sufficiente e ci
mettemmo
d’accordo che il resto glielo avrei dato al ritorno del mercante,
quando ci
saremmo
divisi il guadagno.
«
Ma il carico non arrivò mai a destinazione. Una settimana dopo la
partenza la
nave
fece naufragio. Qualche marinaio si salvò, ma il carico andò
perduto e il mercante
annegò.
E io ero sul lastrico.
Il
sole stava ormai scendendo oltre l’orizzonte e Samuele interruppe
il racconto.
Girò
lo sguardo sul compagno e vide che stava sonnecchiando.
Allora
si alzò e si allontanò con passo un po’ incerto alla ricerca di
un rifugio per la
notte.
Il labbro si era gonfiato e pulsava dolorosamente.
***
Camminò
per dieci miglia, finché, ormai in piena notte, di
fermò sotto un albero e
si
addormentò.
Il
mattino seguente raggiunse la città di Arimatea e andò subito sulla
piazza del
mercato
e,
appoggiato ai piedi di una colonna cominciò a mendicare.
Non
era ancora mezzogiorno quando udì un tramestio di folla che
proveniva
dall’ingresso
della piazza. Ragazzi e adulti, commercianti e contadini, si alzavano
e
correvano
da quella parte. Fermò un ragazzo e gli chiese che cosa stesse
succedendo.
-
E’ il rabbi di Nazareth! – rispose. - Lo aspettavamo da ieri. Il
mio padrone
Giuseppe
ci aveva messi tutti all’erta.
Il
rabbi di Nazareth...
Non
aveva il coraggio e neppure la forza di alzarsi. Il cuore in tumulto,
non sapeva
che
cosa fare. Così non fece niente. Si rannicchiò nascondendo il volto
fra le ginocchia
mentre
un singhiozzo lo scuoteva.
Il
rumore veniva verso di lui. Allora alzò lo sguardo e vide tra il
velo delle lacrime
che
il rabbi si era seduto sotto il suo stesso portico, distante circa
una ventina di passi.
D’improvviso
di fece silenzio e la voce del maestro echeggiò sotto le volte del
portico
giungendo fino a lui, chiara e limpida.
-
Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: “Padre,
dammi la parte
del
patrimonio che mi spetta”. E il padre divise tra loro le sostanze.
Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose,
partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo
da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande
carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.
***
La
notizia arrivò con il marinaio superstite del naufragio. Una nave lo
aveva
raccolto
al porto di Malta e lo aveva riportato a Tiro.
Vennero
dei conoscenti a riferirgli il fatto mentre era in un’osteria
proprio insieme
al
suo creditore.
-
O paghi entro un mese – gli disse l’uomo. – Oppure mi prendo i
tuoi beni e te
stesso
e ti faccio schiavo per debiti finché non mi avrai pagato fino
all’ultimo spicciolo.
Poi
se ne andò senza nemmeno salutare.
Alla
scadenza del termine, naturalmente, non aveva di che pagare e così,
trascinato
davanti al giudice, venne giudicato colpevole e condannato alla
schiavitù
finché
non avesse pagato l’intero debito.
***
-
Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella
regione, che lo
mandò
nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube
che
mangiavano
i porci;
ma nessuno gliene dava.
«
Allora rientrò in se stesso e disse: “Quanti salariati in casa di
mio padre hanno
pane
in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e
andrò da mio padre e gli dirò:
Padre,
ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di
esser chiamato
tuo
figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”.
***
Seduto
su un monticello di terra osservava la mandria di porci che grufolava
nel
querceto.
Il suo nuovo padrone aveva proprio avuto un pensiero gentile...
Gli
aveva sputato in faccia tutto quello che pensava degli ebrei e della
loro
schizzinosità
nel
trattare con i gentili. E gli aveva affibbiato un lavoro fatto
apposta per lui e per quelli della sua razza, per abbassare la loro
superbia.
Ma
quella sera l’avrebbe fatta finita. Aveva già notato il varco
della recinzione.
Con
il
favore delle tenebre si sarebbe dileguato nella boscaglia. Poco
gliene sarebbe
importato
al suo padrone. La perdita subita non era poi così grande. Più che
altro quella
condizione
di schiavitù era un atto di vendetta verso quelli della sua razza.
Comunque
poco importava. Certo suo padre non l’avrebbe accolto a braccia
aperte,
ma almeno un pezzo di pane non glielo avrebbe negato. Non aveva più
diritti, lo
sapeva,
ma, anche come contadino, in quelle terre si sarebbe trovato
sicuramente
meglio
che a pascolare porci.
***
-
Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il
padre lo vide
e
commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
«
Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di
te; non sono più
degno
di esser chiamato tuo figlio”.
«
Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più
bello e rivestitelo,
mettetegli
l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso,
ammazzatelo,
mangiamo
e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato
in vita, era
perduto
ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa”.
***
La
casa era ancora come la ricordava. Lì vicino scorreva il ruscello in
cui da
piccolo
aveva sguazzato tante volte.
Sull’aia
non c’era nessuno, e neppure nei campi all’intorno. Sembrava
tutto
abbandonato,
ma sapeva che non era così. Poco prima di arrivare in vista del
paese
aveva
visto un ragazzino che lo aveva riconosciuto ed era scappato via.
Giunto
di fronte alla porta esitò, incerto se bussare o attendere che
qualcuno
uscisse.
Dov’era suo padre?
Lentamente
la porta si aprì e uscì suo fratello.
Lo
fissava senza dire nulla.
-
Dov’è
mio padre? – chiese.
-
Chi
sei?
-
Sono
tuo fratello, non mi riconosci?
-
Io
non ho fratelli. Quello che avevo è morto. E morto è anche mio
padre,
pugnalato
al cuore proprio da lui. Vattene, non voglio assassini sulla mia
terra.
Il
silenzio si fece di piombo. D’improvviso percepì tutta l’ostilità
degli sguardi che lo
osservavano
da dietro le tende. I cani si erano accucciati con il muso fra le
zampe, le
galline
che di solito razzolavano nell’aia, erano sparite. Neppure gli
asini ragliavano.
Lentamente
si voltò e incespicando se ne andò verso la boscaglia.
***
Le
lacrime scorrevano silenziose mentre la folla lentamente si
disperdeva. Con il
volto
nascosto tra le ginocchia non vide l’uomo che si era fermato
davanti a lui.
D’un
tratto si accorse dell’ombra che gli aveva coperto il sole e
sollevò lo sguardo.
Davanti
a lui c’era il rabbi di Nazareth che lo guardava.
-
E’ morto – riuscì a dire tra i singhiozzi. – Non mi ha
perdonato. Non è andata
come
hai detto tu.
-
Non è vero – disse il rabbi. E chinatosi lo prese per le spalle,
lo fece alzare e gli
sollevò
il volto rigato di lacrime impastate di polvere.
Allora,
di fronte a quello sguardo, Samuele capì. E il rabbi lo abbracciò
con
l’intensità
e l’affetto che solo un padre può avere.
-
Ora puoi seguirmi. Ben tornato a casa, figlio mio.
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