- Shalom,
Tobia
- Shalom
a te, Rebecca
Il vecchio discese dall’asino, che
un servitore porto subito nella stalla.
Il bagliore del cielo si stava
spegnendo mano a mano che il sole passava oltre le colline. Gli
abitanti di Nain stavano per ritirarsi nelle loro case e qualcuno,
passando, lanciava un sommesso saluto alla vecchia serva, sottovoce,
quasi non volesse disturbare forse l’ultima notte di Daud.
Precedendolo con la lampada alzata,
Rebecca fece entrare Tobia.
- Come
sta?
La vecchia scosse il capo.
- Ormai
dice il medico che non c’è più speranza. Dice che non passerà
la notte. Sia lodato l’Altissimo che ti ha permesso di arrivare in
tempo per vederlo ancora vivo.
- Portami
da lui.
I due entrarono in una stanza, ormai
immersa nell’oscurità. Rebecca appoggiò la lampada su una mensola
vicino alla testa del giaciglio, illuminando il volto di un uomo
sulla cinquantina, smagrito, la barba grigia e spettinata. Aveva gli
occhi chiusi, ma non stava dormendo. Il respiro affannoso e
irregolare testimoniava un filo di vita, sempre più sottile, ma
ancora resistente.
Tobia si accovacciò su un cuscino
accanto al moribondo e gli prese la mano.
- Daud,
mi senti? Sono Tobia. Mi riconosci?
Daud emise un sospiro, aprì gli
occhi e fissò per qualche istante la figura, come se non riuscisse a
metterla a fuoco. Poi riconobbe lo zio e lo salutò con uno stanco
sorriso.
- Zio
Tobia finalmente sei arrivato. Sia lode all’Altissimo che mi
concede di vedere ancora il tuo volto. Più invecchi, zio, più
assomigli a mio padre. E mi par quasi di averlo qui in questo
momento estremo.
- Potevo
mancare ora? E da quando morì tuo padre, me sei stato un altro
nuovo figlio che l’Altissimo ha voluto donarmi. Sono stato sempre
con te nei momenti difficili. Soprattutto da quel giorno.
- Si,
ma questa volta lui non ci sarà. E non parlo di mio padre.
- Questa
volta forse lui ti aspetterà dall’altra parte. E ci sarà anche
tuo padre.
Daud sorrise.
- Lo
voglia l’Altissimo...
Chiuse gli occhi e sorrise.
- Tobia?
- Dimmi,
figlio mio.
- Raccontami
ancora una volta quello che accadde.
Rebecca, che era rimasta in piedi
nell’ombra si allontanò il più silenziosamente possibile,
cercando di soffocare un singhiozzo. Tobia la seguì con lo sguardo
finché fu uscita. Poi, fissando la parete dietro il malato, quasi
vedesse scorrere i fatti davanti ai suoi occhi, cominciò il suo
racconto.
- Erano
i primi giorni del mese di Nisan. Tu, dopo una lunga agonia, eri
morto e tua madre era disperata. Non erano passati neppure due mesi
da quando tuo padre, mio fratello, vi aveva lasciato. Stavamo uscendo dalla porta sud
della città per depositarti nel sepolcro. Tutto il paese era lì al
funerale, tutti partecipavano a quel dolore così grande. Le prefiche
alzavano i loro lamenti, credo addirittura sinceri. Tua madre
avanzava lentamente davanti alla barella portata dai quattro figli di
Bar Laddai, come se volesse rallentarne il più possibile il viaggio,
come se volesse trattenerti ancora. Eravamo già fuori del paese e
stavamo per prendere il sentiero che portava alla tua tomba quando da
dietro una curva sentimmo provenire un clamore, come di una folla
vociante che si avvicinava. Poi apparve un gruppetto di uomini,
seguito da una piccola folla. Al centro c’era un uomo che per la
statura attirava l’attenzione di tutti. Quando ci vide si fermò. E quando
lo raggiungemmo tua madre lo riconobbe: era il Rabbi di Nazareth,
quello di cui parlavano tutti, che aveva fatto tante guarigioni. Ah,
se fosse passato da noi anche solo il giorno prima... Appena lo vide tua madre gli si
getto ai piedi, piangendo e guardandolo come se lo rimproverasse di
non essere venuto prima. Il Maestro la sollevò e la tenne
tra le braccia, guardandola con una tenerezza che non saprei
descriverti. Tua Madre continuava a piangere, ma il Maestro le disse:
“Donna, le tue lacrime mi ricordano quelle che mia Madre sta per
versare. E mi feriscono più di una spada che trafigge il cuore. Ma
non è ancora venuta l’ora”. Le accarezzò la guancia, con l’orlo
della manica le asciugo le lacrime e le dette un bacio in fronte. Poi aggiunse: “Donna, non
piangere”. Ti devo confessare che al sentire quelle parole ne fui
un po’ scandalizzato: come poteva permettersi quell’uomo di dire
a una vedova a cui muore l’unico figlio di non piangere? Poteva
essere anche un grand’uomo, ma non aveva il diritto di dire certe
cose. Ma poi vidi che si avvicinava alla barella e la faceva
appoggiare a terra. Tutt’intorno si era fatto silenzio. Scostò il
sudario che ti copriva il volto e ti accarezzò la fronte. La stessa
tenerezza con cui aveva accarezzato tua madre. E lo sentii dire:
“Ragazzo, dico a te, alzati”.
Daud sorrideva. Gli occhi chiusi
rivedevano la scena che Tobia tante volte gli aveva raccontato.
Tobia tacque. Fissava il malato,
indeciso se fargli una domanda. Quella domanda che avrebbe sempre
voluto fargli ogni volta che Daud gli chiedeva quella storia, senza
mai averne il coraggio. Ma ora aveva quest’ultima occasione.
- Daud... ti ho sempre raccontato
questa storia fin qui. Ma il racconto non è finito. Concludila ora
tu per me. In tutti questi anni, e anche ultimamente, quando è morta
tua madre, ho sempre desiderato chiederti senza averne mai il
coraggio: che cosa hai provato? Che cosa hai visto? Che cosa ricordi
di quel momento? Come ti sei accordo del passaggio dalla morte alla
vita?
Daud aprì gli occhi. Guardò il
vecchio e lo fissò come se lo vedesse la prima volta.
- Che
cosa ho visto... Non so che cosa visto. Non ricordo niente dei
momenti precedenti. Da quando chiusi gli occhi per l’ultima volta
a quando li riaprii il ricordo è nero come la pece... La prima cosa
che ricordo fu come un’onda di calore. Sentii il calore di una
mano che mi accarezzava la fronte e quando aprii gli occhi vidi il
suo sguardo. E mi sentii così avvolto dalla tenerezza di quello
sguardo che se non fosse già stato scritto avrei potuto comporre io
in quel momento il salmo “...tranquillo e sereno come bimbo
svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima
mia”. Quella carezza... Questo solo
domando, questo solo desidero: poter ritrovare ancora quella carezza.
L’olio della lampada di stava
esaurendo. La fiammella, sempre più incerta gettava ombre tremolanti
qua e là per la stanza.
Daud sembrava essersi appisolato, ma
il suo respiro era ora tranquillo e regolare, ma sempre più fievole.
Finché cessò del tutto.
Allora Tobia, chinatosi, lo baciò in
fronte e mormorò una breve preghiera.
Poi prese la lampada e con un leggero
soffio la spense.
martedì 17 aprile 2012
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