martedì 17 aprile 2012

La carezza del Nazareno

- Shalom, Tobia
Shalom a te, Rebecca
Il vecchio discese dall’asino, che un servitore porto subito nella stalla.
Il bagliore del cielo si stava spegnendo mano a mano che il sole passava oltre le colline. Gli abitanti di Nain stavano per ritirarsi nelle loro case e qualcuno, passando, lanciava un sommesso saluto alla vecchia serva, sottovoce, quasi non volesse disturbare forse l’ultima notte di Daud.
Precedendolo con la lampada alzata, Rebecca fece entrare Tobia.
Come sta?
La vecchia scosse il capo.
Ormai dice il medico che non c’è più speranza. Dice che non passerà la notte. Sia lodato l’Altissimo che ti ha permesso di arrivare in tempo per vederlo ancora vivo.
- Portami da lui.
I due entrarono in una stanza, ormai immersa nell’oscurità. Rebecca appoggiò la lampada su una mensola vicino alla testa del giaciglio, illuminando il volto di un uomo sulla cinquantina, smagrito, la barba grigia e spettinata. Aveva gli occhi chiusi, ma non stava dormendo. Il respiro affannoso e irregolare testimoniava un filo di vita, sempre più sottile, ma ancora resistente.
Tobia si accovacciò su un cuscino accanto al moribondo e gli prese la mano.
Daud, mi senti? Sono Tobia. Mi riconosci?
Daud emise un sospiro, aprì gli occhi e fissò per qualche istante la figura, come se non riuscisse a metterla a fuoco. Poi riconobbe lo zio e lo salutò con uno stanco sorriso.
Zio Tobia finalmente sei arrivato. Sia lode all’Altissimo che mi concede di vedere ancora il tuo volto. Più invecchi, zio, più assomigli a mio padre. E mi par quasi di averlo qui in questo momento estremo.
- Potevo mancare ora? E da quando morì tuo padre, me sei stato un altro nuovo figlio che l’Altissimo ha voluto donarmi. Sono stato sempre con te nei momenti difficili. Soprattutto da quel giorno.
- Si, ma questa volta lui non ci sarà. E non parlo di mio padre.
- Questa volta forse lui ti aspetterà dall’altra parte. E ci sarà anche tuo padre.
Daud sorrise.
Lo voglia l’Altissimo...
Chiuse gli occhi e sorrise.
Tobia?
- Dimmi, figlio mio.
- Raccontami ancora una volta quello che accadde.
Rebecca, che era rimasta in piedi nell’ombra si allontanò il più silenziosamente possibile, cercando di soffocare un singhiozzo. Tobia la seguì con lo sguardo finché fu uscita. Poi, fissando la parete dietro il malato, quasi vedesse scorrere i fatti davanti ai suoi occhi, cominciò il suo racconto.
Erano i primi giorni del mese di Nisan. Tu, dopo una lunga agonia, eri morto e tua madre era disperata. Non erano passati neppure due mesi da quando tuo padre, mio fratello, vi aveva lasciato. Stavamo uscendo dalla porta sud della città per depositarti nel sepolcro. Tutto il paese era lì al funerale, tutti partecipavano a quel dolore così grande. Le prefiche alzavano i loro lamenti, credo addirittura sinceri. Tua madre avanzava lentamente davanti alla barella portata dai quattro figli di Bar Laddai, come se volesse rallentarne il più possibile il viaggio, come se volesse trattenerti ancora. Eravamo già fuori del paese e stavamo per prendere il sentiero che portava alla tua tomba quando da dietro una curva sentimmo provenire un clamore, come di una folla vociante che si avvicinava. Poi apparve un gruppetto di uomini, seguito da una piccola folla. Al centro c’era un uomo che per la statura attirava l’attenzione di tutti. Quando ci vide si fermò. E quando lo raggiungemmo tua madre lo riconobbe: era il Rabbi di Nazareth, quello di cui parlavano tutti, che aveva fatto tante guarigioni. Ah, se fosse passato da noi anche solo il giorno prima... Appena lo vide tua madre gli si getto ai piedi, piangendo e guardandolo come se lo rimproverasse di non essere venuto prima. Il Maestro la sollevò e la tenne tra le braccia, guardandola con una tenerezza che non saprei descriverti. Tua Madre continuava a piangere, ma il Maestro le disse: “Donna, le tue lacrime mi ricordano quelle che mia Madre sta per versare. E mi feriscono più di una spada che trafigge il cuore. Ma non è ancora venuta l’ora”. Le accarezzò la guancia, con l’orlo della manica le asciugo le lacrime e le dette un bacio in fronte. Poi aggiunse: “Donna, non piangere”. Ti devo confessare che al sentire quelle parole ne fui un po’ scandalizzato: come poteva permettersi quell’uomo di dire a una vedova a cui muore l’unico figlio di non piangere? Poteva essere anche un grand’uomo, ma non aveva il diritto di dire certe cose. Ma poi vidi che si avvicinava alla barella e la faceva appoggiare a terra. Tutt’intorno si era fatto silenzio. Scostò il sudario che ti copriva il volto e ti accarezzò la fronte. La stessa tenerezza con cui aveva accarezzato tua madre. E lo sentii dire: “Ragazzo, dico a te, alzati”.
Daud sorrideva. Gli occhi chiusi rivedevano la scena che Tobia tante volte gli aveva raccontato.
Tobia tacque. Fissava il malato, indeciso se fargli una domanda. Quella domanda che avrebbe sempre voluto fargli ogni volta che Daud gli chiedeva quella storia, senza mai averne il coraggio. Ma ora aveva quest’ultima occasione.
Daud... ti ho sempre raccontato questa storia fin qui. Ma il racconto non è finito. Concludila ora tu per me. In tutti questi anni, e anche ultimamente, quando è morta tua madre, ho sempre desiderato chiederti senza averne mai il coraggio: che cosa hai provato? Che cosa hai visto? Che cosa ricordi di quel momento? Come ti sei accordo del passaggio dalla morte alla vita?
Daud aprì gli occhi. Guardò il vecchio e lo fissò come se lo vedesse la prima volta.
Che cosa ho visto... Non so che cosa visto. Non ricordo niente dei momenti precedenti. Da quando chiusi gli occhi per l’ultima volta a quando li riaprii il ricordo è nero come la pece... La prima cosa che ricordo fu come un’onda di calore. Sentii il calore di una mano che mi accarezzava la fronte e quando aprii gli occhi vidi il suo sguardo. E mi sentii così avvolto dalla tenerezza di quello sguardo che se non fosse già stato scritto avrei potuto comporre io in quel momento il salmo “...tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima mia”. Quella carezza... Questo solo domando, questo solo desidero: poter ritrovare ancora quella carezza.
L’olio della lampada di stava esaurendo. La fiammella, sempre più incerta gettava ombre tremolanti qua e là per la stanza.
Daud sembrava essersi appisolato, ma il suo respiro era ora tranquillo e regolare, ma sempre più fievole. Finché cessò del tutto.
Allora Tobia, chinatosi, lo baciò in fronte e mormorò una breve preghiera.
Poi prese la lampada e con un leggero soffio la spense.

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